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La didattica a distanza, sperimentata in dosi massicce durante la pandemia, sembra essere piaciuta agli studenti italiani. Un po’ come lo smartworking per gli adulti, con la differenza che, mentre il secondo ha superato la prova dei fatti e si candida come una forma di progresso, accettato o addirittura incentivato da molte aziende, sulla validità del primo modello restano molte ombre. Non per i ragazzi, però, che sollecitati da più parti a esprimersi confermano l’apprezzamento per le lezioni online. L’ultima ricerca della piattaforma di tutoring GoStudent ha raccolto dai propri iscritti in Europa tra i 6 e i 18 anni una preferenza dell’84% che accomuna studenti italiani e austriaci, tedeschi e francesi, inglesi e spagnoli.
Il cambiamento, che mette in discussione uno dei cardini sui quali poggia da circa 5mila anni ogni forma di insegnamento, ovvero la presenza di un maestro e di un allievo nella stessa stanza, non si ferma alla scuola dell’obbligo o alla maggiore età, anzi, si sta facendo breccia nella sua sede di elezione, l’università. Analizzando il Rapporto 2023 dell’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario (Anvur) in Italia si contano 99 atenei riconosciuti dal Miur, 68 pubblici e 31 privati, e tra quest’ultimi 11 sono università telematiche, una con sede al Nord, 7 in Centro, 3 al Sud e nessuna sulle Isole.

Se il numero complessivo degli studenti universitari immatricolati (aggiornato all’a.a. 2021/22) ha raggiunto la soglia record dei 2 milioni (1.949.481 unità) è proprio grazie al boom delle università a distanza, che sono passate in un decennio da poco più di 4mila iscritti a oltre 220mila, segnando un aumento di oltre il 410%. Per chiarire: nello stesso arco di tempo gli atenei pubblici, che pure ancora accolgono il 91% degli iscritti, hanno registrato una leggera flessione (-1,2%), mentre le università tradizionali non statali sono cresciute del 21,3%. Per quanto riguarda i laureati, dal 2011 ad oggi il numero assoluto è cresciuto anche nelle università tradizionali, ma oggi la loro quota rappresenta solo il 90% del totale e non più il 98% come dieci anni fa: significa che in Italia, su dieci studenti con il diploma, uno ha alle spalle un percorso in un ateneo digitale (in totale i diplomati nelle telematiche nel 2022/23 sono stati 34.223).

Numeri, quelli delle telematiche, che farebbero invidia a molte industrie. Perché anche la formazione è un mercato, lo abbiamo capito da tempo, e come tutti i mercati è animato dalla perenne rincorsa tra domanda e offerta nella quale ormai è difficile dire chi abbia iniziato a correre per prima. Oggi però la trasformazione in corso è così evidente e la domanda così forte che anche chi detiene il sapere tradizionale non può ignorare l’onda che avanza e deve cercare di adattarsi al nuovo modello. E così in parte sta già accadendo infatti. L’anno scorso il report Discovery 2023, la banca dati dell’agenzia Talents Venture pensata per formare la governance degli atenei italiani, misurava come i corsi online e a didattica mista fossero in costante crescita negli atenei tradizionali e, sommati tra loro, nell’a.a. 2022/23 avessero persino superato quelli proposti dagli atenei telematici.
Il sorpasso è confermato e aumentato guardando ai dati 2023/24 che la stessa società ha anticipato a Class: i corsi online offerti dagli atenei tradizionali italiani sono 34 (distribuiti in 23 sedi), a cui se ne sommano 165 in modalità mista (offerti da 42 atenei), ovvero per cui viene prevista l’erogazione con modalità telematiche di una quota significativa (ma non superiore ai 2/3) delle attività formative. In totale si tratta di 199 corsi, più di quelli offerti dagli atenei telematici che si fermano a 153 (tutti interamente online però, nessuna università telematica offre corsi in modalità mista).

Gli atenei tradizionali con la più ampia offerta di corsi telematici sono Palermo (con 5 corsi) e Torino (4). Tra le università digitali, invece, Roma UniCusano è quella che ne offre più (27 corsi), seguono Novedrate e-Campus (26) e Roma Marconi (23). Tra i 42 atenei (tutti, per ovvie ragioni, non telematici) che offrono corsi in modalità mista, Foggia è quello con l’offerta più significativa (23 corsi). Al secondo posto troviamo Torino (12) e al terzo Udine (10). Le classi di laurea a più alta numerosità di corsi di laurea erogati in questa modalità sono quella in Scienze economico-aziendali, e quella in Scienze dei servizi giuridici, entrambe con 11 corsi di laurea.

«Il tentativo di aprire qualche percorso online risponde, anche per gli atenei tradizionali, alla richiesta di una quota significativa di studenti. Il 55% di chi frequenta oggi la IV o la V superiore lo ritiene un fattore importante», commenta Pier Giorgio Bianchi, ceo e co-founder di Talents Venture. «Credo però che il dibattito si stia polarizzando eccessivamente sull’opposizione tra didattica online o in presenza, quando invece sono due modalità che, a tendere, dovranno integrarsi nell’interesse degli studenti. E poi ci sono tanti altri espedienti per innovare un corso di laurea, e non riguardano la modalità di erogazione delle lezioni». Rotti gli indugi, comunque, ora il sistema della formazione superiore deve trovare un equilibrio tra due necessità ugualmente impellenti. «Se laurea in presenza dev’essere, che sia attrattiva; se è online, che sia di qualità», sintetizza Carlo Valdes, business data manager di Talents Venture che ha coordinato l’analisi. «Le università tradizionali devono comunicare ai propri stakeholder, primi tra tutti i giovani nativi digitali e che hanno già sperimentato forme di didattica da remoto, i vantaggi di un’offerta formativa in presenza. D’altra parte le telematiche devono curare i contenuti perché da loro ormai gli iscritti si aspettano di ottenere non solo un titolo, ma delle competenze reali». L'adozione di metodi didattici telematici o misti, insomma, facilita l'accesso agli studi a una platea più ampia di interessati, nella quale possono essere compresi anche professionisti e lavoratori in età adulta, studenti internazionali o fuori sede forzati per motivi economici. E questo, in un’epoca nella quale la popolazione giovane è in declino e il numero di laureati italiani resta stabilmente inferiore del 50% rispetto alla media UE, è un capitale che non deve essere sprecato.
Resta il problema, per chiunque offra una proposta di formazione, di garantire la qualità del percorso, e questo appunto non passa soltanto dalle modalità di erogazione. Tanto che anche qualche ateneo digitale
sta riconsiderando i vantaggi di inserire una parte fisica in alcune proposte, tornando a incentivare l’incontro come occasione preziosa per dare profondità al concetto di formazione superiore. © riproduzione riservata