L'Italia diventerà un anello fondamentale delle nuove catene produttive delle imprese tedesche. Secondo un sondaggio realizzato dalla Camera di Commercio Italo-Germanica, oltre il 70% delle aziende tedesche ha avviato o sta valutando la ricerca di nuovi fornitori e quasi il 45% di nuove sedi produttive. «La crisi pandemica ha innescato un movimento di rilocalizzazione industriale verso l'Europa, poi accelerato dalla guerra», osserva Jörg Buck, consigliere delegato di Ahk Italien. «La tendenza di questa fase della globalizzazione è la produzione nella regione per la regione e l'Italia vi si inserisce appieno». Il Paese è infatti la destinazione preferita dai gruppi tedeschi a caccia di diversificazione. Il 68% cerca fornitori in Italia e il 42,9% vi studia l'apertura di nuove fabbriche. Il rapporto industriale fra le due economie è del resto rodato e consolidato. L'interscambio commerciale si è attestato a 85,9 miliardi di euro nel primo semestre del 2022, segnando un aumento del 23,5% rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. Ad aumentare sono state sia le esportazioni dall'Italia, 39,6 miliardi (+18,8%), sia le importazioni dalla Germania, 46,3 miliardi (+27,8%). La crescita, abbondantemente superiore al tasso d'inflazione, è stata trainata dai settori tradizionalmente al centro dei rapporti commerciali bilaterali: chimico-farmaceutico, siderurgico e mezzi di traporto. «Germania e Italia sono i due Paesi guida dell'industria continentale e si assomigliano per tessuto e cultura imprenditoriale», prosegue Buck. «La loro collaborazione dovrà rafforzarsi per realizzare gli obiettivi del Green Deal europeo e il recente incontro dei rispettivi ministri dell'Economia, Christian Lindner e Giancarlo Giorgetti, è un bel segnale in questa direzione, così come la conversazione fra il cancelliere Olaf Scholz e la premier Giorgia Meloni».
Affinché tali relazioni possano svilupparsi appieno, è però necessario che si diradi l'incertezza macroeconomica che scoraggia nuovi investimenti. Due terzi delle aziende tedesche attive in Italia ritengono infatti che il costo dell'energia nel Paese rappresenti il principale rischio per lo sviluppo economico nei prossimi 12 mesi, mentre il 55% è preoccupato per i prezzi delle materie prime. Per la prima volta da tempo, poi, il 48,3% delle imprese sondate teme il peggioramento della congiuntura economica e un conseguente calo della domanda, motivo per il quale il 26% prevede di ridurre o azzerare gli investimenti per il prossimo anno. Soltanto il 37% delle aziende tedesche è invece in apprensione per le scelte di politica economica, dato più basso degli ultimi due anni. ll nuovo governo di centro-destra, insomma, non spaventa, nonostante le recenti tensioni con Berlino sul tetto al prezzo del gas, sulle relazioni con la Cina e sulla gestione dei flussi migratori. «In Germania non siamo maestri di comunicazione, ma il pacchetto da 200 miliardi per l'energia è un limite massimo di spesa ed è spalmato su tre anni; se rapportata al numero di abitanti, perciò, la somma non è lontana dagli aiuti approvati dal governo italiano», puntualizza Buck. Quanto alla Cina, meta oggi di una contestata visita del cancelliere Scholz, «l'Europa deve far valere i suoi valori nel dialogo con Pechino che resta però un partner fondamentale, senza il quale gli obiettivi del Green Deal sarebbero irraggiungibili». (riproduzione riservata)