Il primo semestre del 2021 non è stato, a livello di mercati azionari, il miglior periodo della storia delle utility. Comparto difensivo per antonomasia, con i rally dell'equity guidati dai settori ciclici più penalizzati dalla pandemia, le utility europee hanno registrato nei sei mesi una sottoperformance del 17% rispetto al mercato. Un dato significativo, specie se raffrontato con la sovraperformance del 45% complessiva degli ultimi tre anni.
Secondo gli specialisti di Plenisfer, questi rendimenti negativi sono riconducibili a tre ragioni. Primo, le attese di aumento dei tassi di interesse, "cui il settore è molto sensibile alla luce dell’utilizzo elevato della leva finanziaria". Secondo, la concorrenza nelle rinnovabili, che viene in particolare dalle major del petrolio: circa il 60% dei contratti offshore nel Regno Unito, ad esempio, sono arrivati da aziende petrolifere come Bp e Total. "Una quota molto più alta di quanto si aspettasse il mercato, circa il 25%-30%", spiegano dalla società di gestione. Terzo, l'incertezza sui rendimenti che verranno dagli investimenti in rinnovabili. Per aggiudicarsi le aste, la politica delle big oil è stata molto aggressiva a livello di offerta, "destinata inevitabilmente a comprimerne i margini stimabili nel 4%-5%, un ritorno estremamente basso rispetto a quelli attualmente raggiunti dalle utility". Quanto a questi ultimi, si tratta del 6,5%-7% nell'offshore e del 5%-7% nell'onshore-solare.
Poste queste premesse, gli analisti si interrogano se le utility possano soffrire "la sindrome da tlc": gli investimenti effettuati nei primi anni Duemila da queste ultime sul fronte 3G hanno infatti generato ritorni inferiori ai costi del capitale, che si sono tradotti, nell'ultimo decennio, "in una sottoperformance di oltre il 70% rispetto all’indice azionario europeo". Senza regolamentazione delle tariffe, le utility potrebbero soffrire lo stesso destino per quanto riguarda la transizione energetica, e ciò provocherebbe un drastico de-rating del settore.
Secondo Plenisfer, in definitiva, i veri vincitori della transizione energetica saranno quindi le oil company, che "potrebbero trarre a migliore opportunità per reinventarsi, come dimostra la crescente competizione con le utility nel settore delle rinnovabili". In particolare, le major del petrolio trarranno vantaggio dalla diffusione dell'idrogeno verde prodotto da gas naturale, diffuso attraverso le reti proprietarie. Grazie a questi assetti distributivi, saranno proprio i produttori di greggio a poter sfruttare il calo dei costi delle rinnovabili, i miglioramenti tecnologici e l'attenzione crescente verso la decarbonizzazione, che avrà un impatto significativo sui prezzi dei combustibili più ecologici. (riproduzione riservata)