Dopo mesi di debolezza è arrivata la svolta: il prezzo dell’oro ha recuperato terreno e dai minimi a metà luglio ha guadagnato il 7%, portando la performance a 12 mesi vicina al 20%. Sebbene il valore attuale sia ancora lontano dal massimo storico di 5.589 dollari l’oncia, lo scenario per il metallo giallo è cambiato. Ma il trend rialzista è destinato a continuare oppure no? A fronte degli elevati rendimenti dei Treasury che aumentano il costo-opportunità di detenere oro, il fatto che rimanga intorno a 4.300- 4.400 dollari suggerisce una domanda sottostante ancora robusta. Guardando così agli ultimi mesi del 2026, Stefano Gianti, analista di Swissquote, resta moderatamente ottimista. Il suo scenario centrale ipotizza il metallo prezioso tra 4.500 e 4.700 dollari a dicembre e tra 4.800 e 5.000 dollari tra 12 mesi. «Per tornare verso i picchi storici servirebbe forse una combinazione di dollaro più debole, rendimenti reali più bassi e persistente incertezza geopolitica», osserva l’esperto. Il rischio maggiore è invece un’inflazione più alta, che costringa la Fed a mantenere una politica monetaria più restrittiva. Anche Claudio Wewel, strategist di J.Safra Sarasin, si aspetta che il prezzo dell’oro tocchi 4.600 dollari per oncia entro dicembre e prevede che raggiunga 5.000 dollari alla fine del prossimo anno.
In generale, le previsioni medie dei principali istituti finanziari si collocano in una forchetta compresa tra 4.900 e 5.400 dollari l’oncia. Nel dettaglio, gli analisti di Goldman Sachs stimano un target di 4.900 dollari, mentre Jp Morgan e Rbc indicano obiettivi più ambiziosi verso la soglia dei 5.000-5.400 dollari entro la fine dell’anno. Fra i fattori che possono spingere il metallo giallo al rialzo, l’aumento del debito pubblico statunitense solleva preoccupazioni sulla tenuta del dollaro nel lungo periodo. Quando la fiducia nella valuta di riserva mondiale vacilla, a causa di dinamiche fiscali insostenibili e di un debito, i cui interessi costano circa il 20% delle entrate fiscali (1.050 miliardi di soli interessi nel 2026 e 1.100 miliardi in previsione per il 2027), «l’oro riafferma il suo ruolo storico di bene rifugio definitivo e di riserva di valore reale non soggetta a rischio di svalutazione monetaria o di default politico» dice Saverio Berlinzani, Chief Analyst di ActivTrades .
Gli Etf (Exchange Traded Fund) garantiti in oro stanno incrementando le masse gestite, con un afflusso di 3 miliardi di dollari a luglio. Una tendenza che, non solo è continuata in agosto, ma ha registrato un’accelerazione. Secondo gli ultimi dati del World Gold Council, questi Etf hanno registrato in agosto afflussi netti globali record per 18 miliardi di dollari, segnando il secondo afflusso mensile più alto di sempre e spingendo la massa gestita (aum, asset under management) globale a 615 miliardi di dollari. Un interesse da parte degli investitori che ha trovato riscontro nelle performance generose offese dagli Etf sui metalli preziosi, con variazioni a 12 mesi oltre il 30% (come si rileva dalla tabella pubblicata in questa pagina), oltre che dai fondi comuni. Segnali positivi per la domanda d’oro arrivano anche dalle banche centrali. Secondo il World Gold Council, il 74% degli istituti centrali interpellati si aspetta una minore percentuale di dollari nelle riserve mondiali nei prossimi cinque anni, mentre il 45% prevede di aumentare le rispettive riserve auree a dodici mesi. Non c’è quindi soltanto domanda legata all’incertezza geopolitica, ma un cambiamento più profondo nel modo in cui banche centrali e investitori stanno pensando alla diversificazione delle proprie riserve e dei portafogli. (riproduzione riservata)