L'inflazione della zona euro potrebbe rallentare più rapidamente di quanto previsto in precedenza dalla Banca Centrale Europea grazie al calo dei prezzi dell'energia. È quanto ritiene il capo economista della Bce, Philip Lane, che in un discorso al Brookings Institution di Washington ha sottolineato che «nonostante l'incertezza permanga», i dati più recenti «suggeriscono che il processo di disinflazione nel breve termine potrebbe in realtà svolgersi più rapidamente di quanto previsto in precedenza». Secondo il capo economista «per essere sufficientemente sicuri che l'inflazione raggiungerà l'obiettivo in modo tempestivo bisognerà aspettare di essere più avanti nel processo di disinflazione».
Resta dunque aperto il dibattito sui tagli ai tassi di interesse che i mercati scontano tra aprile e giugno. Secondo Mohit Kumar, capo economista europeo di Jefferies, «il primo taglio dei tassi Bce è più probabile a giugno che ad aprile. Ma conterà la riduzione complessiva più che la data di inizio. Vediamo tagli da parte della Bce per 75-100 punti quest'anno, mentre l'anno prossimo i tassi sui depositi potrebbero arrivare al 2,25% dall'attuale 4%».
Quanto al tema recessione, la Bce nel bollettino economico di febbraio ha ribadito che i rischi per la crescita della zona euro sono meno forti. Per i primi mesi del nuovo anno la banca prevede ora che l'attività economica della zona euro «inizi un lento recupero» almeno nel primo trimestre del 2024, a condizione però che famiglie e imprese non perdano fiducia nel sistema economico a causa dei conflitti attualmente in corso.«Sebbene la crescita del pil si confermi debole», i segnali di miglioramento ci sono già: tra dicembre e gennaio i nuovi ordinativi hanno continuato ad aumentare sia nel manifatturiero che nei servizi, i recenti contatti della Bce con le società non finanziarie suggeriscono che la crescita si rafforzerà gradualmente. Al contrario secondo il capo economista d Jefferies, l'attesa è per una «crescita attorno allo zero nei prossimi due trimestri per l'Eurozona». «Se ci sarà una recessione», dice Kumar, «sarà lieve. Ci sono però rischi al ribasso legati alla Cina e al prezzo del petrolio».
La stretta monetaria della Bce sta dunque avendo un effetto sull'inflazione quanto sulla crescita. A risentire degli alti tassi di interesse continuano ad essere anche le imprese dei paesi europei. Sul tema, l'indagine sull'accesso delle imprese al credito resa nota ieri da Francoforte ha rilevato che tra i quattro grandi paesi del blocco «l'Italia e la Germania registrano la quota più alta di imprese vulnerabili sull'accesso ai finanziamenti. «In entrambi i Paesi - spiega la Bce - si è anche osservato di recente un aumento notevole di tale quota, che riflette quella, relativamente elevata, delle imprese industriali».
Secondo Francoforte l'aumento della vulnerabilità riscontrata nell'indagine nel secondo e terzo trimestre del 2023 è determinato principalmente dalle imprese dell'industria, delle costruzioni e del commercio, aumentata più per le grandi che per le piccole e medie imprese. «Vi sono notevoli differenze nella vulnerabilità tra settori economici e paesi e in relazione alle caratteristiche delle imprese, quali le dimensioni e l'età. La quota di imprese vulnerabili è aumentata in tutti i settori rispetto all'edizione precedente dell'indagine, sebbene in misure diverse. (riproduzione riservata)