La presidente Bce Christine Lagarde apre la discussione sullo stop anticipato ai reinvestimenti di titoli nel piano pandemico della Bce, noto come Pepp. I riacquisti sono la prima linea di difesa della Bce contro gli spread perché possono essere realizzati in modo flessibile. Per esempio alla scadenza di un bond tedesco può essere acquistato un titolo italiano. I reinvestimenti sono previsti fino a fine 2024 ma la Bce, soprattutto su pressione dei falchi del consiglio direttivo, potrebbe anticipare il termine. «Abbiamo indicato che continueremo a reinvestire almeno fino al 2024», ha detto ieri Lagarde alla commissione economica del Parlamento europeo. «Si tratta di una questione che probabilmente verrà discussa e considerata dal consiglio direttivo in un futuro non troppo lontano, ed è possibile che riesamineremo la proposta».
Finora Lagarde aveva chiuso ogni spiraglio sulla partita del Pepp. Dopo l’ultimo consiglio direttivo del 26 ottobre la presidente aveva sottolineato che nella riunione non si era discusso della questione. Nelle minute è poi emerso che il tema è stato considerato «prematuro». È bastato un mese però per tornare a parlare del piano pandemico. Il rialzo dello spread italiano aveva spinto la Bce alla cautela a fine ottobre. Ma ora la discesa del divario Btp-Bund (che ieri era a 174 punti base dai 207 del 19 ottobre) ha presumibilmente fatto pensare alla presidente Bce che si sono allargati i margini per rivedere il Pepp.
La fine dei reinvestimenti del piano pandemico, sulla scia di quanto già avviene per il programma App, è diventato uno degli obiettivi dei falchi. L’austriaco Robert Holzmann ha detto di voler chiudere le operazioni gradualmente da marzo, mentre il belga Pierre Wunsch ha rilevato che «non c’è ragione» per non discutere lo stop. Anche il governatore francese Villeroy de Galhau ha detto che i riacquisti potrebbero terminare prima della fine del 2024.
Dopo aver alzato i tassi per dieci riunioni consecutive (prima di fermarsi a ottobre), alcuni governatori europei puntano ora alle modifiche a Pepp e riserve bancarie per accelerare la stretta monetaria, nonostante l’inflazione stia scendendo rapidamente. L’aumento dei prezzi è stato del 2,9% a ottobre e secondo gli analisti dovrebbe arrivare attorno al 2,7% a novembre: ieri i tassi dei titoli di Stato europei sono scesi anche per l’attesa di un ulteriore calo del carovita. Alcuni economisti ritengono che la Bce non abbia bisogno di un’ulteriore stretta e che anzi potrebbe aver già fatto troppo.
Inoltre lo stop sui reinvestimenti del Pepp potrebbe togliere alla Bce uno strumento utile, sebbene limitato, contro gli spread. Il rischio è quello di riaccendere l’attenzione dei mercati sui titoli governativi. Sarebbe un boomerang per la banca centrale. Francoforte comunque dispone di un altro strumento, ovvero il Tpi, per contrastare gli spread, se non sono giustificati da politiche fiscali imprudenti dei singoli Paesi.
Il bilancio della Bce si sta riducendo di 23 miliardi al mese per la fine dei riacquisti del programma App. Inoltre ci saranno ulteriori rimborsi di rifinanziamenti Tltro da parte delle banche. Sulla materia Lagarde ha confermato la linea del capoeconomista Philip Lane: in futuro il bilancio sarà inferiore al picco recente ma superiore rispetto ai tempi della crisi finanziaria. La presidente ha detto che ci sarà una fase di sperimentazione dopo l’avvio in primavera del nuovo framework operativo della Bce.
La crescita sarà «debole» anche nella parte restante dell’anno secondo Lagarde. La presidente Bce ha ribadito che non è ancora vinta la lotta all’inflazione e che la banca centrale resterà «paziente e attenta». Inoltre Lagarde ha detto alla commissione presieduta da Irene Tinagli che «l’indebolimento delle pressioni inflazionistiche continuerà, anche se l’inflazione potrebbe tornare a salire leggermente nei prossimi mesi, soprattutto a causa di alcuni effetti base». La Bce, ha aggiunto, sta considerando misure per facilitare la decarbonizzazione del portafoglio di titoli corporate. (riproduzione riservata)