Quando si discute di soldi e di potere, Donald Trump non fa sconti a nessuno. Anche a costo di rimangiarsi la parola data. Stavolta, nell’improvviso ribaltamento delle posizioni espresse sulla guerra in Ucraina, c’è sicuramente di mezzo una divergenza profonda con Londra.
Mentre fino a poche ore prima, nel suo intervento all’Assemblea generale dell’Onu, Trump si era limitato a insistere sulla necessità di far cessare la continua strage di vite umane che provoca, accusando di incoerenza gli europei che si oppongono alla Russia ma che in realtà finanziano la prosecuzione del conflitto acquistando prodotti energetici da Mosca, al termine di un successivo incontro col presidente ucraino Volodymyr Zelensky, lo stesso Trump ha pubblicato un post che ha sbalordito tutti, gelando le speranze di cessazione del conflitto, che pure aveva alimentato in passato.
Ancora a metà agosto scorso, infatti, aveva ipotizzato uno scambio di territori, un modo diplomatico per fare digerire a Kiev la perdita dei territori orientali e meridionali con il ritiro dei militari ucraini dalla regione russa di Kursk, in cui avevano fatto irruzione con l’offensiva dell'agosto 2024.
Il presidente ha scritto: «Penso che l'Ucraina, con il sostegno dell'Ue, sia in una posizione di combattere e riconquistare» i territori attualmente occupati dalle truppe russe, aggiungendo: «Con tempo e pazienza, e il sostegno finanziario e della Nato, i confini originali di quando la guerra è iniziata sono un'opzione». Trump ha pure ironizzato sulla potenza militare che Mosca vanta di avere: sarebbe solo una tigre di carta, perché un conflitto che doveva durare qualche giorno si trascina invece da oltre tre anni con insignificanti conquiste territoriali.
Il nodo è a Londra: la piena continuità del sostegno dato all’Ucraina dai governi di Boris Johnson e di Keir Starmer ha dimostrato a Trump che non vi è alcuna differenza tra conservatori e laburisti nel voler proseguire a ogni costo con la pluridecennale agenda neocon di confronto serrato con la Russia, e che anzi si vuole approfittare delle scelte di appeasement di Trump nei confronti di Mosca per riassumere quel determinante ruolo di guida politico-strategica dell’Europa che Londra aveva giocato fino alla Prima Guerra Mondiale. Non solo: Londra vuole tornare ad avere un ruolo chiave nei rapporti con Israele per definire il futuro assetto della Palestina e dell’intero Medio Oriente, rivendicando a sé la guida dell’Anglosfera.
Trump deve reagire. Per quanto riguarda lo scacchiere europeo ha compiuto il clamoroso revirement sulla durata della guerra in Ucraina: la cessazione del conflitto, finora tanto auspicata da Trump, anche se raggiunta con una spartizione de facto, alla coreana, avrebbe spianato la strada all’invio di truppe britanniche e francesi a difesa di Kiev, mentre quelle statunitensi si sarebbero comunque astenute da qualsiasi presenza sul territorio, visto che il capo della Casa Bianca ha sempre sostenuto che questa non è una «guerra americana» e che se lui fosse stato ancora presidente al posto di Joe Biden non sarebbe mai iniziata: questa prospettiva comporterebbe la sostanziale vanificazione dell’accordo economico raggiunto tra Kiev e Washington a favore di quello precedentemente stipulato con Londra.
Non solo: l’accoppiata anglo-francese in Ucraina occidentale spiazzerebbe le imprese americane nel business della ricostruzione, un settore che a Trump sta molto a cuore. La convergenza tra Londra e Parigi, cui si è aggiunta Berlino, tutte allineate nella prospettiva della coalizione dei Volenterosi da tempo sollecitata da Emmanuel Macron per sostenere Kiev al fine di compensare il sostegno politico statunitense venuto meno con Trump, rappresenta un pericolo geopolitico di eccezionale gravità.
Con questa prospettiva, è davvero molto meglio per Trump che il conflitto in Ucraina duri il più a lungo possibile: mentre l’Europa vi rimane incastrata, gli Usa riprenderanno quel ruolo di «arsenale delle democrazie» che si erano arrogati ai tempi di Roosevelt, come fornitori delle armi necessarie per combattere i nazisti, vendute a caro prezzo, per contanti o contraendo debiti.
Per quanto riguarda Israele, Trump si trova di fronte a un Commonwealth nuovamente agguerrito, che si è mosso all’unisono col contestuale riconoscimento dello Stato palestinese da parte della Gran Bretagna, del Canada e dell’Australia, alla vigilia dell’Assemblea generale dell’Onu in cui Macron ha formalizzato con un annuncio ufficiale questa stessa decisione. All’Onu, Trump ha bollato queste iniziative come un regalo fatto ai terroristi di Hamas, a cui la comunità internazionale avrebbe dovuto richiedere il rilascio senza condizioni degli ostaggi ancora in vita e la restituzione dei cadaveri di quelli morti.
Non è casuale poi che, anche sul versante mediorientale, la partita che vede il Regno Unito e la Francia contrapporsi alla strategia di Trump sia sostanzialmente analoga: mentre il presidente americano ha sostenuto in ogni modo Israele, vantandosi all’Onu di aver bombardato pesantemente gli impianti iraniani di arricchimento dell’uranio con un intervento che nessuna altra forza armata al mondo avrebbe potuto effettuare, Londra e Parigi coltivano la prospettiva di intervenire sulle dinamiche in corso. Mentre il Regno Unito rivendica il ruolo storico di potenza mandataria sulla Palestina, la Francia fa leva sulle relazioni con i Paesi dell’area, ipotizzando anche l’invio di truppe con un mandato da parte dell’Onu.
Non è casuale, dunque, che in queste condizioni Trump finora si sia orientato per escludere qualsiasi intervento esterno a Gaza e che per il futuro della Striscia sostenga la prospettiva delineata dall’ex premier britannico Tony Blair, indicato come capo dell'organismo internazionale di transizione che dovrà governare la Striscia quando si concluderà il conflitto in corso. (riproduzione riservata)