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Per nutrirsi in modo sano non basta mangiare verdure, bisogna assumerle vive. Ovvero con tanto di radici e terreno, per assicurarsi un apporto di composti bioattivi che altrimenti non sarebbe possibile avere a disposizione. In estrema sintesi, è questo il principio dal quale è cominciata, oltre sette anni fa, la storia di ricerche e analisi scientifiche che ha portato la B-Corp bresciana CiboCi attiva nell’agrifood tech, a realizzare un nuovo cibo «intelligente», che oggi viene declinato in tre linee, una più esplicitamente presentata come alimento funzionale (a sua volta disponibile in tre varianti), un’altra come alternativo snack gourmet per sorprendere gli ospiti e una terza proposta all’alta ristorazione.
Per capirne di più, abbiamo cominciato da quest’ultima, sedendoci ai tavoli del Joia, il primo ristorante vegetariano a ricevere la stella Michelin in Europa nel 1996, per verificare come lo chef Pietro Leemann avesse adottato CiboCi nel proprio menù. Il primo approccio con questo alimento, infatti, non è scontato, ma il contesto di un ristorante stellato ne agevola l’impatto, forse perché prevede già in partenza la possibilità di fare esperienze inconsuete.
CiboCi si presenta come una piccola «zolla» cubica dalla quale fuoriesce un gruppo di giovani germogli. E si mangia così, tutto intero, in qualche caso accompagnandolo con salse o intingoli che riprendono alcuni dei sapori prevalenti, ma anche al naturale. CiboCi, infatti, è un piccolo sistema composto da una parte radicale, da una matrice e dalla sua espressione vegetale. Il lavoro di ricerca sui semi ha portato a puntare su una selezione di brassicacee, la famiglia a cui appartengono, per esempio, cavoli, broccoli, ma anche rucola, crescione, rapanelli e senape (al netto dei condimenti, il sapore prevalente è proprio quest’ultimo), tutte ricche di polifenoli, vitamine e soprattutto di sulforafano, uno degli antiossidanti più potenti in natura. Questi semi vengono innestati in una matrice composta da farina di carrube, carbone vegetale attivo, xantano (uno zucchero), agar agar e sottoposti a crescita controllata per cinque giorni direttamente nelle teche botaniche in cui poi vengono vendute le piantine.
La carta d’identità di CiboCi, sostenuta da un dossier di analisi sviluppate con il dipartimento di Medicina traslazionale e molecolare dell’Università di Brescia e con l’Istituto Spallanzani di Rivolta d’Adda, lo descrive come un booster per la salute, capace, se assunto con una certa posologia (una teca da 25 piantine a settimana per tre settimane) di riequilibrare la flora batterica, drenare le tossine e i liquidi, proteggere dallo stress ossidativo e dalle infiammazioni. È inoltre abbastanza saziante da poter essere introdotto nelle diete ipocaloriche.
Oggi CiboCi ha una produzione di circa mille piantine al mese, e un circuito di distribuzione circoscritto per poter garantire l’arrivo a destinazione nel momento giusto di maturazione. La società, al 100% in mano dei soci fondatori, è vicina al breakeven e avrebbe la possibilità di triplicare la produzione ma non nasconde ambizioni di espansione più allargata. L’obiettivo è trovare partner che allarghino la rete, trasformando CiboCi da prodotto Ready to eat in una soluzione Ready to farm da poter impiantare potenzialmente ovunque. Ma in prospettiva c’è di più, ovvero la promessa di mettere mano su un nuovo modo di coltivare e di studiare la relazione sinergica che si instaura tra la germinazione e le materie presenti nel terreno. È questo il motore segreto (e coperto da sette brevetti) di CiboCi, un innesco che accresce gli effetti benefici della pianta potenziando le eventuali sostanze inserite nel terreno. © riproduzione riservata