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Non più solo caschi e imbracature. Gusci che sostengono la schiena, airbag che si gonfiano in millisecondi, sensori che analizzano movimenti e carichi: la nuova frontiera della prevenzione passa dal corpo umano e lo trasforma in una piattaforma tecnologica. In un contesto nel quale i disturbi muscolo-scheletrici sono in aumento del 38% rispetto a 10 anni fa in tutta Europa (Eurostat 2025) e le cadute restano tra le principali cause di infortunio (report Inail 2019), l’innovazione deve puntare non tanto a intervenire dopo l’incidente, ma a ridurre il rischio prima che accada.

Si indossano proprio come un gilet ma, in realtà, sono strutture biomeccaniche complesse. Gli esoscheletri industriali, progettati per ridurre il carico su schiena, spalle e arti superiori non sostituiscono l’operatore e non automatizzano il processo produttivo: lo affiancano. Nei magazzini, nelle linee di assemblaggio, nei cantieri, assistono il sollevamento e sostengono posture ripetitive o gravose, riducendo gli sforzi fino al 50% soprattutto nel caso di azioni frequenti. In pratica, sono un booster di protezione e potenza per l’operatore. Una conferma arriva dalla Cooperativa agricola OrtoRomi che ha introdotto sette esoscheletri occupazionali passivi (Mate-XT di Comau con otto livelli di sostegno regolabili) per eseguire il sollevamento dei carichi in maniera corretto, con un significativo beneficio in termini di riduzione dello sforzo fisico complessivo.

Marchi come Laevo, Homberger e Paexo hanno sviluppato esoscheletri passivi, leggeri e meccanici, pensati per redistribuire il peso e diminuire l’affaticamento. Altri, come German Bionic, hanno introdotto soluzioni attive, dotate di motori e sensori, capaci di raccogliere dati attraverso applicazioni come Smart Track per monitorare l’utilizzo e ottimizzare i carichi di lavoro. Colossi industriali come Hyundai e realtà italiane come Comau stanno investendo in questa direzione, integrando dispositivi wearable nei processi produttivi. La logica è chiara: prevenzione primaria. Ridurre lo sforzo significa ridurre il rischio di sovraccarico e infortunio. Ma la tecnologia non elimina l’imprevisto.

Anche con il miglior esoscheletro, una caduta può verificarsi. È qui che entra in gioco un altro livello di sicurezza: quello che interviene nel momento critico. Nel mondo dei lavori in quota stanno emergendo dispositivi come gli airbag indossabili. La gamma WorkAir, sviluppata nei laboratori italiani di D-Air Lab, è certificata come dispositivo di protezione individuale e si attiva da altezze superiori a 1,2 metri, gonfiandosi in circa 40 millisecondi per schermare torace e schiena.

Marcello Bencini, Executive Director di D-Air Lab, laboratorio di ricerca e innovazione nato nel 2015 da un’idea di Lino Dainese, sintetizza così il cambio di paradigma: «La sicurezza si articola sempre su tre livelli: evitare che l’incidente accada, proteggere quando accade e intervenire subito dopo. La tecnologia oggi ci permette di lavorare su tutti e tre contemporaneamente. L’airbag è sicurezza secondaria: l’impatto non viene evitato, ma assorbito». L’80–90% della casistica riguarda quella zona grigia di lavoratori che operano a basse quote: su una scala, su un trabattello, sul piano di carico di un camion. «Sono situazioni in cui non c’è obbligo di assicurazione con dispositivi di ritenzione, ma in cui la caduta può avvenire ed essere anche molto grave».?

Se c’è un nodo centrale nella diffusione di queste tecnologie è l’accettazione da parte di chi le indossa. Un dispositivo troppo pesante, rigido o invasivo rischia di diventare un ostacolo anziché un supporto. «Vestire la tecnologia sul corpo è la parte più complessa», aggiunge Bencini. «Sviluppare algoritmi è difficile, ma far sì che un oggetto venga indossato tutto il giorno senza alterare equilibrio, libertà di movimento o comfort termico è una sfida ancora più grande».
Lo stesso vale per gli esoscheletri. La loro efficacia dipende dall’analisi ergonomica del contesto e dal coinvolgimento degli operatori. Non basta introdurre un dispositivo innovativo: bisogna integrarlo in un sistema fatto di formazione, organizzazione e cultura della sicurezza. «Per questo la nostra ricerca è stata lunghissima. Il primo prototipo è del 2015. Ha richiesto uno sforzo ingegneristico articolato nelle diverse branche dell’ingegneria necessarie per sviluppare un prodotto efficace: dal design, nel senso più alto del termine, fino all’ingegneria meccanica e pneumatica» continua Bencini.?
La nuova generazione di dispositivi indossabili non si limita, però, al sostegno fisico. Sensori e algoritmi permettono di distinguere movimenti normali da situazioni di rischio in frazioni di secondo. Nei sistemi airbag, l’attivazione è automatica; negli esoscheletri intelligenti, i dati raccolti aiutano le aziende a comprendere meglio i carichi di lavoro e a intervenire in modo mirato. La prospettiva è quella di un ecosistema integrato. Un unico dispositivo capace di adattarsi al contesto, riconoscere l’attività svolta e modulare il supporto in tempo reale. «Stiamo lavorando per rendere le tecnologie sempre più trasversali», dice Bencini. «L’idea è che la persona si senta sicura per tutta la giornata, a prescindere dall’attività che svolge».
Nonostante i progressi, esiste un confine difficile da superare: la fisica. Più protezione significa più aria da comprimere, più struttura. Ogni incremento comporta un aumento di peso e volume. «È un equilibrio delicato», osserva Bencini. «Ogni centimetro in più di materiale deve essere giustificato. Se diventa ingombrante, smette di essere efficace». Non è un caso che l’ultimo nato in casa D-Air Lab, Aether, risponda proprio a questa necessità: presentato al Ces 2026 di Las Vegas, integra sensori più sofisticati capaci di distinguere tra un movimento brusco operativo e una caduta reale, attivandosi in millisecondi. Ma, soprattutto è progettato per essere «invisibile» e leggero. La sfida, allora, non è solo tecnologica, ma progettuale e culturale. Con una forza lavoro che invecchia e processi produttivi sempre più intensivi, la tutela della salute diventa un fattore strategico, non un costo accessorio. E, mentre la sicurezza diventa progettazione preventiva del rischio, il corpo umano assume un ruolo centrale. Un’estensione intelligente che sfida i propri limiti.
Non solo in cantiere. La versatilità e flessiblità dei dispositivi esoscheletrici si sta rivelando un atout anche nel campo della riabilitazione. Ospedali all’avanguardia si stanno dotando delle piattaforme più innovative in questo ambito. È il caso del presidio ospedaliero Villa Bellombra di Bologna, che ha adottatto diverse soluzioni tecnologiche per il recupero delle funzioni motorie e cognitive: come Lokomat, un esoscheletro robotico che aiuta i pazienti affetti da difficoltà di deambulazione, e Armeo Power, un dispositivo non robotizzato per l’arto superiore.

L’ultimo ingresso nella palestra robotica Joint Lab è stato il Moonwalker, sistema che integra la realtà virtuale con una pedana che si orienta in tutte le direzioni e permette di simulare ambienti quotidiani, ma anche percorsi più complessi come strade accidentate e sentieri nei boschi, al fine di un recupero della mobilità e dell’equilibrio. Il Moonwalker non è solo un sostegno alla riabilitazione, ma una fucina di informazioni per la ricerca grazie alla collaborazione con il Dipartimento di Scienze biomediche e neuromotorie e con il Dipartimento di Ingegneria dell’Energia elettrica e dell’Informazione Guglielmo Marconi dell’Università di Bologna. © riproduzione riservata