Alla fine sono arrivati tutti. Forse proprio per concordare una linea comune, che il vicepremier Matteo Salvini non possa smentire. Poco prima delle 11 di mercoledì 26 marzo un corteo di auto ha scortato la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a Palazzo Chigi. Ad attenderla, ai piani superiori, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, e il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini. In video-collegamento, invece, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, a Trieste per visitare il segretariato esecutivo dell’Iniziativa Centro Europea.
La riunione si è conclusa dopo poco meno di un’ora. E, come ha confermato lo stesso ministro Tajani, al tavolo si è parlato prima di tutto di Ucraina. Giovedì 28 è infatti in programma all’Eliseo il vertice della cosiddetta coalizione dei volenterosi: Paesi pronti a costruire una forza di interposizione militare che garantisca e monitori un’eventuale cessate il fuoco tra Ucraine Russia. Un summit a cui parteciperanno i leader di 31 Paesi (dall’Ue al Commonwealth fino all’Asia) e a cui presenzierà anche l’Italia.
La premier, Giorgia Meloni, volerà nella serata di mercoledì 26 a Parigi, dove dovrebbe attendere a una cena informale organizzata da Emmanuel Macron. Ma viaggerà tranquilla perché la linea italiana è stata definita. Ed è quella «di sempre», ha detto il vicepremier Tajani: «Lavorare per la pace, sostegno totale all’Ucraina e contrari all’invio di militari in missioni che non siano delle Nazioni Unite». La conferma arriva anche da Palazzo Chigi: «L’incontro ha permesso di ribadire che non è prevista alcuna partecipazione nazionale a una eventuale forza militare sul terreno».
L’ombrello della Nato «è l’unica condizione dell’Italia per inviare militari», ha detto il ministro degli Esteri in un punto stampa a Trieste. «Il dibattito è n corso e domani se ne parlerà. Ma siamo tutti concordi sul tenere questa posizione, ne abbiamo parlato con il presidente del Consiglio, con il ministro della Difesa e con il vicepresidente (Salvini, ndr). Adesso si comincia a parlare di missioni delle Nazioni Unite, vedremo quello che accadrà».
Concordare la posizione dell’Italia era il primo obiettivo del vertice a Palazzo Chigi. Ma la premier Meloni avrebbe preteso (e ottenuto) dei chiarimenti tra i due vicepremier dopo le spaccature di politica estera che negli ultimi giorni hanno coinvolto i due vicepremier. La goccia che ha fatto traboccare il vaso (o meglio, Tajani) è stata la telefonata tra il segretario del Carroccio e il vicepresidente degli Stati Uniti, J.D. Vance in cui hanno parlato, tra le altre cose, anche di pace.
Chiamata che ha irritato il titolare della Farnesina, sentitosi scavalcato nel suo ruolo: «La politica estera la decidiamo io e la Meloni». E che poi ha acceso i botta e risposta nel weekend. «Quaquaraqua», ha detto Tajani. «Leader debole», l’ha bollato Durgion. Ma il tavolo a Palazzo Chigi avrebbe ristabilito un clima di serenità. Secondo quanto risulta all’Adnkronos, il ministro degli Esteri avrebbe chiarito le sue parole: «I quaquaraqua si trovano ovunque e sono coloro che non comprendono la delicatezza del momento». (riproduzione riservata)