![]()
Undicesimo, ottenere l’effetto wow. Il comandamento della museografia contemporanea trova larga applicazione nel più grande museo al mondo dedicato a una sola civiltà, il nuovo Great Egyptian Museum (GEM) del Cairo. Faraonico, nell’aspetto e nella sostanza, è il museo che tutti vogliono vedere, la nuova meta numero uno nella lista dei desideri di viaggio, la calamita che dà ossigeno ai conti pubblici dell’Egitto.
È stato inaugurato il 4 novembre 2025, a 103 anni esatti dalla scoperta della tomba di Tutankhamon: anniversario per nulla tondo, direte, dovuto ai ritardi nei lavori («Per costruire la Grande Piramide di Cheope servirono meno anni» è tra le battute preferite delle guide locali). Costato 1,1 miliardi di euro, è un museo modello anche per quanto riguarda le tecnologie, quelle tese a conservare i manufatti e quelle che rendono l’esperienza di visita coinvolgente e innovativa, tra installazioni interattive e multimediali, tour virtuali, 32mila mq di schermi ad alta definizione.

Avveniristico è anche l’edificio progettato dallo studio dublinese Heneghan Peng Architects, con 600 metri di facciata triangolare in vetro e alabastro traslucido ed enormi spazi interni, pari a 70 campi da calcio. L’effetto wow inizia già dal piazzale davanti al museo, dove galleggia nel vuoto un obelisco sospeso alto 16 metri; prosegue nell’atrio, dominato da una colossale statua di Ramesse II, alta 11 metri; si prolunga salendo a piedi o con una scala mobile la grande scalinata (Grand Staircase) popolata di 60 statue di faraoni e regine, ognuna delle quali farebbe la fortuna di un singolo museo; si esalta sulla terrazza sommitale, dove un’enorme vetrata inquadra le Piramidi di Giza.

Una vista da cartolina che però quasi nessuno si ferma a contemplare a lungo. Perché? Perché pochi metri più in là c’è il capolavoro che sta al GEM come la Gioconda sta al Louvre: la maschera di Tutankhamon, dieci chili d’oro decorati con quarzite, lapislazzuli, ossidiana, corniola, feldspato, turchese, amazzonite e faience. Faccia un bel reset mentale chi in passato l’avesse vista nello storico e lugubre Museo Egizio di piazza Tahrir (oggi disertato dai turisti, benché continui a ospitare la più grande collezione di antichità egizie del mondo, con 120mila pezzi): al GEM finalmente la favolosa maschera funeraria è esposta come si deve, contemplabile a 360 gradi e illuminata alla perfezione. Le si può girare attorno, scrutandone ogni dettaglio, dagli occhi in quarzo e ossidiana alla barba in pasta vitrea blu, cercando di penetrare il mistero del suo fascino millenario. Basterebbe, e invece nei due saloni adiacenti c’è da restare senza fiato davanti al tripudio aureo dei 5.398 oggetti, uno più favoloso dell’altro, che Howard Carter trovò nella tomba intatta del faraone bambino. Il vecchio museo esponeva solo un terzo del corredo, ma qui c’è proprio tutto, il trono d’oro e i tre sarcofagi, carri e strumenti musicali, armi e stampelle, duemila gioielli e dozzine di mutandoni. Sistemi di controllo della temperatura e dell’umidità proteggono i pezzi in oro, legno e tessuto. Manca solo la mummia, che resterà nella Valle dei Re.

Tutankhamon è dunque la star indiscussa del GEM, ma la curiosità è tenuta viva da tante collezioni, come quelle trovate nelle tombe intatte della regina Hetepheres (la madre di Cheope) o dei coniugi Yuya e Thuya. Un enorme padiglione a parte ospita poi la barca solare di Cheope, che ha 4.600 anni ed è lunga 42 metri, una delle imbarcazioni più antiche al mondo, simbolo della perizia ingegneristica dell’Antico Egitto. Una mostra interattiva spiega che non doveva navigare sul Nilo ma trasportare nell’aldilà il re risorto.
E infatti i suoi 1.224 pezzi in cedro del Libano erano stati sepolti nella sabbia accanto alla Grande Piramide, in perfetto ordine, pronti per essere rimontati («l’Ikea non ha inventato nulla» è un’altra delle battute care alle guide).

Tutti questi splendori si apprezzano grazie anche alle tecnologie utilizzate negli allestimenti come nelle attività didattiche. Il GEM Education Centre aiuta a comprendere le collezioni utilizzando tecnologie integrate. Gruppi di otto persone possono «assistere» alla costruzione delle piramidi con esperienze di realtà virtuale di 15 minuti. Tanta tecnologia anche nei 5mila mq del GEM’s Children Museum, riservato a bambini dai 6 ai 12 anni: attraverso il gioco e gli strumenti digitali si scopre come vivevano gli antichi Egizi, come cacciavano i conigli selvatici e come coltivavano il farro, mentre uno schermo interattivo mostra loro che impatto avevano le inondazioni annuali del Nilo.
Tempio delle tecnologie avanzate è però il Centro di conservazione del GEM, uno dei più grandi e completi al mondo. Operativo già dal 2010, occupa 32mila mq con 19 laboratori divisi in tre categorie (riparazione, conservazione e documentazione) dove personale egiziano altamente specializzato restaura e conserva mummie e resti umani, pitture murali e sculture, papiri e manufatti di ceramica, vetro, maiolica tessuto, legno. Qui è stata come rimessa a nuovo la delicatissima armatura di tessuto e pelle realizzata per Tutankhamon 3.350 anni fa. © riproduzione riservata