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La libertà accademica è libertà sostanziale per la democrazia. Bocconi docet
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La libertà accademica è libertà sostanziale per la democrazia. Bocconi docet

12 settembre 2025, 19:30

Inaugurando il 124esimo anno accademico, il presidente Sironi ha speso parole straordinarie, confermando come le grandi e libere università possano essere a un tempo lo specchio del mondo migliore e la sua anima critica

Una università può essere lo specchio dove si riflette il mondo e dove il mondo può essere migliorato?

Non può, lo è. Specialmente se è una grande università. Come da oltre 40 anni, avendone 123, lo è l’Università Bocconi. Per le seguenti ragioni e per le scelte fatte da chi l’ha guidata e la guida.

Dopo la morte, sotto il Ponte dei Frati neri a Londra, di Roberto Calvi, che come capo dell’Ambrosiano e come mancato laureato proprio alla Bocconi era diventato per una sorta di nemesi il suo maggiore finanziatore, l’allora consigliere delegato (dal 1974) e contemporaneamente rettore (dal 1984), il Professor Luigi Guatri, decise che l’università doveva conquistare la totale autonomia finanziaria e di conseguenza di insegnamento e di dignità. Il professor Guatri ha lasciato la terra il 6 febbraio 2025, a due anni da essere centenario, ma la sua scelta di cercare investimenti sicuri, culturalmente puliti, e con forte potenziale redditività, è stata quella che da anni consente alla Bocconi di poter essere lo specchio dove si riflette, si analizza, si critica o si dà lode al mondo che ci circonda e circondandoci condiziona la nostra esistenza.

Un piccolo, grande dettaglio

Prima di proseguire, e anche per chi già ne è a conoscenza, voglio sgombrare il campo da un piccolo, grande (per noi di questo giornale) dettaglio. E cioè che un contributo non insignificante sia sul piano civile che economico il Professor Guatri lo ottenne decidendo che la Bocconi avrebbe acquisito, al momento della nascita, nella primavera del 1986, una partecipazione del 20% della casa editrice del giornale che state leggendo. Con il Professor Guatri ci eravamo conosciuti in Rizzoli-Corriere della Sera quando egli fu nominato commissario giudiziale della sfortunata gestione finale della famiglia Rizzoli.

Il professor Guatri e i suoi collaboratori la risanarono con la nuova sigla Rcs, che finì nelle mani degli Agnelli (i principali e titolari della gestione) e di altri azionisti comprimari. Una situazione profondamente inadatta a un’informazione professionalmente e doverosamente autonoma in base alle leggi di una sana e pulita democrazia. Dopo pochi mesi di gestione Agnelli, non in pochi, ma sicuramente noi giornalisti che realizzavamo da dieci anni il Mondo, primo settimanale economico e politico italiano, e avevamo creato Capital e anche altro, capimmo e decidemmo che era tempo di andare.

Un garante di autonomia culturale e didcattica

Ma prima di partire con il progetto di autonomia per rispetto ai principi della Costituzione, mi sentii autorizzato ad andare a trovare il Professor Guatri, che stava già garantendo l’autonomia culturale e didattica della Bocconi dopo i tempi di Roberto Calvi come primo finanziatore. Chiesi al Professor Guatri di indicarmi un suo allievo per fare il presidente di Class Editori (plurale perché eravamo in dieci a fondarla). Mi disse: la richiamo domani mattina. Puntualissimo mi richiamò. Con queste precise parole: «Se non le dispiace, il presidente lo farei io, ma non di campanello, perché la Bocconi è pronta a investire». Uscendo dall’incontro, camminavo sollevato da terra. La Bocconi sottoscrisse il 20%. Dopo pochi anni, Class Editori giunse a capitalizzare un miliardo di euro in borsa. Fra i palazzi e le aule della Bocconi di oggi c’è un po’ di quella operazione.

Per questo, quando mercoledì 10 ho partecipato da spettatore all’apertura dell’anno accademico 2025-26 della Bocconi, nel bel palazzo che ospita l’aula magna, non mi sono sorpreso nell’ascoltare lo straordinario discorso dell’attuale presidente Andrea Sironi, che con le sue parole ha confermato come le grandi e libere università possono essere a un tempo lo specchio del mondo migliore e la sua anima critica. In particolare, in un momento tanto drammatico per il mondo come quello attuale.

Le parole del professor Sironi

«Per un lungo periodo di tempo», ha esordito il professor Sironi, «la spinta propulsiva della globalizzazione e dell’innovazione tecnologica ha garantito alla formazione terziaria un contesto nazionale e internazionale relativamente stabile, quasi prevedibile nelle sue principali linee evolutive, caratterizzato dallo sviluppo della mobilità internazionale di studenti e studentesse, ricercatori e ricercatrici, da crescenti scambi e collaborazioni tra università di tutto il mondo e da un clima positivo. Oggi, la polarizzazione e la frammentazione geopolitica hanno sostituito l’antagonismo alla cooperazione e hanno impatti importanti anche nelle università soprattutto nel loro grado di apertura internazionale. Perché anche per il mondo accademico vale il concetto di interdipendenza strategica… L’Unione europea fatica a adattarsi alla muscolarità del nuovo contesto, poiché nasce e si sviluppa su premesse antitetiche rispetto alla forza bruta. L’enzima alla base della Ue è infatti la fiducia reciproca fra gli Stati membri, sul piano politico ed economico, che poggia su un sistema di valori e di regole condivise».

E, ha aggiunto il professor Sironi, i valori europei definiscono, in questo momento storico, i tratti delle democrazie liberali, che sono libertà, democrazia, uguaglianza, stato di diritto, diritti umani. Da ciò ne deriva anche la libertà accademica e di trasmissione di questi valori agli studenti. E la libertà accademica è diventata uno spartiacque nella competizione geostrategica tra democrazie liberali e regimi autoritari.

Un personaggio da non nominare

A questo punto del discorso del professor Sironi, probabilmente, se lo avesse ascoltato, sarebbero cominciate a fischiare le orecchie a quel personaggio che è meglio non definire per rispetto a quel Paese che ha salvato l’Europa dal nazismo e che è stata la guida democratica del mondo per decenni. Mi adeguo e non nomino il personaggio come ha fatto anche l’ex-rettore e ora presidente della prima università non più solo economica e non solo dell’Italia.

Ha quindi aggiunto il professor Sironi: «Di sicuro la libertà accademica, ossia il diritto di studenti e docenti a perseguire la conoscenza, la ricerca e l’insegnamento senza interferenze o forme di censura esterne e con essa l’autonomia e l’indipendenza delle università, hanno di recente subito attacchi diretti anche in paesi che potevano essere insospettabili».

Il risultato: misure punitive come il licenziamento di migliaia di impiegati di agenzie pubbliche; tagli dei finanziamenti alla ricerca scientifica; interruzione di programmi governativi; licenziamenti anche di scienziati; provvedimenti restrittivi per gli studenti internazionali, fino a interferenze nei programmi di insegnamento, nella governance degli atenei, negazione di visti a studenti e docenti di paesi considerati nemici.

Un’evidente opportunità per l’Europa

Che le università siano il laboratorio del futuro è nozione di tutti e quindi se si tenta e si riesce a sabotare proprio lì i valori della democrazia, è il modo più sicuro per sostituirla con l’autoritarismo. Ma le reazioni sono inevitabili: secondo una ricerca della rivista Nature, su un campione di 1600 ricercatori statunitensi, ha illustrato il professor Sironi, ben il 75% di loro considera seriamente l’ipotesi di emigrare dagli Stati Uniti in particolare verso il Canada e l’Europa.

Ma ecco la finezza di un economista del livello del professor Sironi: «Per quanto desolante, questo scenario rappresenta un evidente opportunità per l’Europa». Aggiungo io, specialmente per le università del livello straordinario della Bocconi. Per decenni è stata l’America che ha visto migliaia di cervelli formati nelle università europee migrare nei grandi atenei statunitensi. Una risposta coordinata a livello europeo, sostiene il professor Sironi, potrebbe essere capace di segnalare la determinazione dell’Europa per il valore che attribuisce alla scienza e alla libertà accademica: l’iniziativa in campo «Choose Europe» è un passo nella giusta direzione.

Come dire che tutto il male non viene per nuocere ma può offrire all’Europa un’occasione unica. È anche il convincimento di Roberta Metsola, presidente del parlamento europeo quando ha dichiarato: «Solo quando gli accademici e i ricercatori sono liberi di perseguire i propri progetti, il risultato del loro lavoro è veramente rivoluzionario e innovativo. Senza libertà accademica, neghiamo il progresso sociale per l’umanità».

Il ruolo centrale dell’indipendenza

Secondo il professor Sironi, l’indipendenza intellettuale (e aggiungo io l’informazione libera che precede l’analisi) non possono prescindere dall’indipendenza da qualsiasi potere economico e politico, ma rimarrebbero fine a sé stesse senza la capacità di sfidare le consuetudini, di innovare e migliorare nel continuo. E un personaggio come il professor Sironi, dopo aver spiegato con garbo ma implacabilità quale disastro stia succedendo negli Usa, non poteva, con obbiettività, non lanciare l’allarme sull’Europa: «Il processo di integrazione europea sta soffrendo, dominato dagli interessi nazionali, proprio nel momento in cui le sfide globali sulla sicurezza e la difesa (si pensi all’attacco della Polonia, ndr), sul cambiamento climatico e la rivoluzione dell’intelligenza artificiale, richiederebbero un’Unione europea più forte e coesa». E per ricordare che fra le istituzioni che più perseguono l’integrazione europea vi è la Banca europea degli investimenti, a concludere l’inaugurazione dell’anno accademico la Bocconi ha invitato la presidente della Bei, Nadia Calvino.

L’importanza di restare uniti

Con i droni russi in Europa, solo un’Unione Europea veramente unita e che indica con energia agli Stati Uniti di cambiare strada, proprio a cominciare dal rapporto verso le università dove si elabora il sapere per il futuro, si potrà evitare il peggio sul piano sociale, economico e della sicurezza. Perché l’azione nelle università (e quindi nella parte del paese che pensa) da parte del presidente Donald Trump è il segnale inequivocabile di una politica drammaticamente fallimentare. E comunque antidemocratica.

Come si vede le università possono, devono essere e in genere sono lo specchio del mondo, dove il mondo deve guardarsi e capire qual è la strada giusta. Per fortuna che in Italia c’è la Bocconi.

L’agonia del dollaro, la forza dello yuan

Se dal presente e soprattutto dal futuro che nasce nelle università di tutto il mondo, la cui indipendenza è fondamentale, si passa al mercato c’è una tesi, per molti aspetti condivisibile, che quanto sta avvenendo, in termini di scelte a Washington, rischia di danneggiare pesantemente sua maestà il dollaro. E da gennaio in effetti il dollaro ha perso il 7% in termini ponderati. Non succedeva dal 1973. Dall’altra parte del mondo, lo yuan cinese ha raggiunto livelli per i quali non pochi investitori stranieri stanno convertendo dollari nella moneta cinese, anche se non è volontà e convenienza delle autorità cinesi di internazionalizzare la loro moneta. A Pechino hanno ben presente cosa accadde nel 2015: ci fu il crollo del mercato azionario e una caduta dello yuan che spinse il mercato a uscire dalle posizioni del mercato e della valuta cinese.

L’abilità delle autorità cinesi

Quindi niente manovre spinte, ma ciò non toglie che le autorità cinesi vogliano cogliere i vantaggi di quanto sta accadendo. E in particolare cercare di far pagare in yuan i prodotti dell’esportazione cinese, in modo che il sistema produttivo cinese non risenta delle oscillazioni e in particolare delle cadute del dollaro. Del resto, questo trend esiste, come dimostra un dato rilevato di recente: una crescita evidente delle transazioni internazionali in yuan sia dal lato delle fatture che dei crediti a compratori che accettano di averli in moneta cinese. Ma come è naturale, se la circolazione internazionale del parametro di una moneta, in questo caso lo yuan, cresce, inevitabilmente crescono anche le strutture operative. Da Londra viene così segnalata una significativa crescita di asset non più in dollari ma in yuan.

Non è chiaro se a Washington sono consapevoli del trend che si sta manifestando, anche se paragonando il dato delle attività economiche cinesi, pari al 20% di quelle mondiali, solo il 4% è transato in yuan a fronte del 50% del dollaro.

Una vera insidia per il re dollaro

Il segnale di una qualche finanziarizzazione della valuta cinese è quindi solo un campanello d’allarme per il dollaro e il mondo occidentale. Chissà se quando il grande Henry Kissinger spinse, vari decenni fa, il presidente Richard Nixon ad andare a Pechino per avviare il paese già allora più grande e popolato del mondo ma anche il meno sviluppato, aveva calcolato che potesse nascere un’insidia per il re dollaro. Sta di fatto che il mercato sta riflettendo su una mossa, quella recente provocazione di Washington che ha determinato il raduno a Pechino di tutto, o quasi, il mondo asiatico e non solo.

Mentre Kissinger, tenendo conto della vastità e della popolazione della Cina, aveva concluso che era meglio avere con Pechino buoni rapporti, l’amministrazione Trump ha fatto e sta facendo di tutto per spaccare di nuovo il mondo. Sono consapevoli a Washington che il duro confronto e non lo spirito di collaborazione portano inevitabilmente alle guerre, prima politiche e poi dei droni (i super cannoni telecomandati di oggi) e delle armi nucleari? Le giornaliere sceneggiate di segno giornalmente contrario davanti ad aerei donati da ricchi arabi o nei prati verdi di Washington, non portano certo alla pace e allo sviluppo economico, ma a una crescente minaccia di guerre più che da Pechino da Mosca.

Non è il mondo per chi ama sviluppo e pace e lavora per essi, come si fa in via Sarfatti a Milano. (riproduzione riservata)



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