La simulazione di contingenza in materia di dazi statunitensi all’export europeo fatta dal mio gruppo di ricerca ha portato il seguente risultato: lo scenario di breve termine rende improbabili sia il caso peggiore sia quello migliore dal punto di vista degli europei, cioè sopra il 10% generalista sperato dagli stessi, ma sotto il 30% minacciato. Semplificando: da un lato Donald Trump non potrà fare una completa marcia indietro per il rischio di essere ridicolizzato all’interno e perdere dissuasione verso l’esterno, ma dall’altro dovrà tener conto del rischio di far implodere l’economia statunitense, e la sua risicata maggioranza al Congresso nel novembre 2026, se esagerasse.
L’esito al momento più probabile è un dazio statunitense macro/medio attorno al 15%, con varianti settoriali, per gli europei. Potrebbe essere di meno o di più. Tuttavia, la ricerca in scenaristica strategica non può mai essere post, ma sempre ante e quindi deve osare scommesse per poi attivare le simulazioni what if. Questo inciso è indirizzato ai candidati al dottorato di ricerca che seguo e che lamentano troppa incertezza per scenarizzare: ragazzi, questo mestiere è finalizzato alla gestione dell’incertezza stessa, il cambiamento di mondo in atto stimola innovazioni metodologiche.
Tornando al punto, l’ipotesi è che l’Ue ed i suoi Stati dovranno trovare comunque una compensazione al relativo calo dell’export verso gli Usa e/o dei suoi margini. I dati recenti mostrano tale consapevolezza. L’Ue sta accelerando un primo closing dell’accordo commerciale con il Mercosur, il negoziato con il Messico, con l’Indonesia ed altri.
Tale modello fu già sperimentato durante la prima amministrazione Trump quando Giappone e Canada, colpiti dalla cancellazione del Tpp siglato da Barach Obama il primo e dalla revisione del Nafta il secondo, si riassicurarono via trattati (quasi) zero dazi con l’Ue. In proiezione, l’Ue potrà diventare il nuovo centro del commercio internazionale grazie alla modifica o insostenibilità di tale ruolo svolto finora dall’America.
Washington reagirà o cercando di spaccare l’Ue – tentazione presente da parecchio tempo - o riconvergendo: penso che il tema sia oggetto dell’analisi strategica corrente a Washington. Ma ci vorrà del tempo per questo scenario e nel frattempo Germania ed Italia con modelli dipendenti dall’export devono trovare molto rapidamente sfoghi compensativi.
La Germania potrà usare il suo grande spazio fiscale per mega stimolazioni interne, che stanno avvenendo modificando verso l’alto le proiezioni di pil nel 2026 più di quanto annunciato e finora calcolato, anche buona notizia per l’export italiano se Berlino terrà aperti i cancelli. Ma con minore spazio fiscale, l’Italia dovrà aumentare gli accordi bilaterali a livello globale per dare più alternative al suo export. Raccomando di non esagerare con la minaccia di controdazi all’America per evitare guai ingestibili, potendo gestire i problemi di medio livello via alternative. (riproduzione riservata)