La disuguaglianza economica percepita è aumentata in tutta l’Eurozona a causa dell’alta inflazione registrata tra il 2021 e il 2023, ma in nessun Paese è salita come in Italia, secondo quanto emerge da un sondaggio della Bce.
In media il 73% delle famiglie nell’area euro ritiene che le disuguaglianze siano aumentate «poco» o «molto» dall’inizio dell’impennata inflazionistica. Solo il 5% degli intervistati ritiene che le disuguaglianze siano diminuite.
Di conseguenza la percentuale netta per l’Eurozona è del 68%. Per l’Italia questo valore arriva al 79%, il dato più alto tra tutti gli altri Stati europei. La Francia si ferma al 75%, la Germania al 65%.
L’analisi Bce non entra nel dettaglio dei singoli Paesi, ma è possibile pensare che in Italia si siano manifestate con maggior forza le tendenze visibili nell’area.
Gli economisti hanno rilevato uno scollamento tra la percezione della disuguaglianza e le misurazioni attraverso indicatori (come il coefficiente di Gini e il tasso di rischio di povertà) che sono rimasti sostanzialmente stabili tra il 2022 e il 2025, anche perché i meccanismi di redistribuzione hanno attutito lo shock per le fasce più vulnerabili.
La discrepanza secondo gli economisti è legata in particolare al diverso impatto dell’inflazione per gli individui. Le famiglie più povere hanno patito di più l’inflazione perché una quota maggiore del loro reddito è destinata a beni essenziali come utenze e cibo, i cui prezzi sono saliti più della media (come mostrato su MF-Milano Finanza del 4 ottobre).
Il costo del carovita, definito come la spesa aggiuntiva necessaria per mantenere il tenore di vita dell’anno precedente, ha gravato sulle famiglie più povere per il 12,3% del reddito nel 2022, rispetto al 5,7% per quelle più ricche.
«La specifica composizione del paniere dei consumi di una famiglia, che dipende in gran parte dal livello di reddito, svolge un ruolo cruciale nel determinare il tasso di inflazione percepito da una determinata famiglia», ha osservato la Bce.
Inoltre le famiglie a basso reddito sono più esposte al rischio di aumento dei tassi perché dipendono in misura maggiore dai mutui a tasso variabile (più sensibili alle strette monetarie) e perché in media scelgono periodi più brevi di determinazione dei prestiti a tasso fisso (rimanendo più esposte alle variazioni dei tassi).
Al contrario, le famiglie ad alto reddito hanno avuto un approccio che «sembra essere maggiormente informato» secondo gli economisti. Questa differente esposizione al rischio ha contribuito ad aumentare le disuguaglianze. Le famiglie a reddito inferiore tendono anche ad aumentare le richieste di prestiti in periodi di tassi più elevati.
La stabilità della disuguaglianza mostrata da indicatori tra cui il coefficiente di Gini «potrebbe celare variazioni nella sottostante distribuzione del reddito e della ricchezza», ha rilevato la Bce.
«Le famiglie hanno vissuto in modi significativamente diversi l’impennata dell’inflazione e l’aumento dei tassi. Lo shock inflazionistico avvenuto tra il 2021 e il 2023 ha pesato maggiormente sulle famiglie a più basso reddito».
Secondo gli economisti le percezioni di una maggiore disuguaglianza dopo il forte aumento dell’inflazione «potrebbero persistere, nonostante la stabilità nella disuguaglianza misurata». (riproduzione riservata)