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Mario Draghi
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La competitività non si ottiene per legge né coi Consigli europei

11 febbraio 2026, 02:00

Mentre i settori industriali europei si trovano schiacciati di fronte ai nuovi operatori esteri, le big tech dimostrano il loro strapotere in tema di AI mettendo a repentaglio i valori fondativi delle democrazie. E i pericoli coinvolgono anche il mondo della finanza

La concorrenza è un giardino pubblico che nessuno può chiudere con un catenaccio. E la competitività necessaria per stare sul mercato non si può fissare per legge né con vertici europei come quello che si svolgerà a Bruxelles prendendo spunto dai lavori di Mario Draghi ed Enrico Letta.

Questi due principi basilari valgono, almeno finora, sia per le piccole cose locali, come l’accesso a un museo o a una spiaggia, sia per le grandi sfide di chi fa impresa in un’epoca complessa come quella di oggi.

Dal digitale all’automotive, le mosse europee in tema di concorrenza

Si pensi alla forza delle piattaforme digitali e all’indagine appena aperta della Commissione Europea, dopo quella dell’Antitrust italiano, sulle modalità di accesso all’intelligenza artificiale di Meta, che esclude l’AI di chiunque altro.

E si pensi al disastro del settore automotive per la sfida elettrica imposta da Bruxelles che ha sostituito un cancello con una serranda che possono aprire solo le aziende cinesi perché hanno costi di produzione molto inferiori.

Il concetto è sempre lo stesso: un monopolista non può vendere solo la sua merce perché il mercato è declinato al plurale e deve premiare la competizione, ma d’altra parte per migliorare la competitività sarebbe sbagliato indebolire a tavolino il soggetto forte per rafforzare quello debole, come ammoniva Abramo Lincoln. E qui il forte un tempo era l’Europa e il debole la Cina.

L’equilibrio tra attori presenti e nuovi entranti è dunque molto delicato. Lo possono testimoniare le stesse autorità di controllo dei mercati. Il presidente dell’Antitrust Roberto Rustichelli, intervenuto all’evento Motore Italia organizzato da Class Editori e MF-Milano Finanza, a proposito dello stato di salute della concorrenza ha descritto un panorama solido, anche se esistono ancora sacche di resistenza, soprattutto a livello locale, quali le concessioni pubbliche (balneari e tassisti).

Lo strapotere delle big tech e i valori democratici a rischio

Certamente esistono problemi, come il sistema digitale che impedisce ad esempio di visitare il Colosseo pur venendo a Roma per questo o ai viaggiatori di usare con beneficio le app dell’Atac, l’azienda di trasporti locali capitolina. E i due casi sono proprio giardini della concorrenza, chiusi da un catenaccio deciso da un unico soggetto.

Come serrato da un lucchetto appare appunto il sistema AI di Meta utilizzato da Whatsapp: come al Colosseo, Facebook ha deciso di far usare (e allenare) agli utenti solo il suo sistema di intelligenza artificiale, escludendo chiunque altro avesse un analogo prodotto.

Quello di Meta, analizzato ora anche dalla Dg Competition europea e in Brasile, è un caso pilota mondiale che farà discutere, ma che deve subito far riflettere sullo strapotere delle big tech che decidono ormai non solo le sorti del mercato ma anche quella democrazia. Non a caso, Class Editori per prima ha lanciato e avviato il suo sistema di AI, MFGpt.

Il tema dell’AI, accoppiato alla potenza delle big tech, va oltre il funzionamento del mercato: secondo il Garante, i monopoli digitali mettono in pericolo «non solo la concorrenza ma anche la democrazia e i valori democratici del mondo». Una lettura molto vicina a quella di Marina Berlusconi, presidente di Fininvest, che come altri, vuole tutelare il mondo analogico da quello delle applicazioni senza regole.

Gli Usa con le cripto e l’Ue con l’euro digitale: assenza di regole e penuria di tempo

D’altronde i pericoli che possono derivare dall’incontro tra il nuovo mondo digitale e quello tradizionale esistono anche nel settore della finanza.

Paolo Savona, presidente della Consob, anch’egli intervenuto a Motore Italia, da tempo sottolinea i rischi che il risparmio corre da una mancata regolamentazione delle criptomonete e delle stablecoin.

Le prime rappresentano un investimento altamente speculativo, anche se vengono vendute in Italia pure nei tabaccai. Le seconde sono tutt’altro che stabili e quando vengono utilizzate come «sottostante» a prodotti finanziari tradizionali quali i certificates (si veda MF-Milano Finanza del 19 gennaio) non solo rappresentano un Cavallo di Troia che entra sui listini sotto altre vesti ma possono diventare la causa di una nuova guerra valutaria.

Sul tema il mondo è diviso. Da una parte ci sono gli Stati Uniti, dove il presidente Donald Trump ha sdoganato le criptomonete guadagnando una fortuna con la sua famiglia (mentre il bitcoin ha perso il 20% nel suo primo anno alla Casa Bianca e l’oro è aumentato invece dell’80%) perché in fondo pensa di poter sostituire un domani il dollaro con la valuta digitale privata.

Dall’altra c’è l’Unione Europea, che vuole rompere il monopolio delle carte di credito americane attraverso la nascita dell’euro digitale ma allo stesso tempo non è ancora consapevole della necessità di varare una nuova Bretton Woods, come quando finì la convertibilità in oro del dollaro.

Il tempo sta scadendo, ammonisce Savona, e proprio la memoria di quell’accordo degli anni Settanta serve a ricordarci quanto i mercati siano organismi viventi.

Questi organismi sono un giardino, che qualcuno può chiudere improvvisamente, come nel caso dei monopoli digitali e dello stadio dell’antica Roma, ma anche radere al suolo con la potenza di uno Tsunami, se si pensa di sostituirli con qualcosa di immanente e sregolato. Sta agli organi di vigilanza e alla loro azione comune impedire entrambe le calamità che finirebbero per ferire anche la democrazia. (riproduzione riservata)



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