Donald Trump ha dichiarato che regolerà i conti con la Cina. In bocca al lupo! Non sarà un’operazione così facile. A differenza della Germania guglielmina che nel 1890 decise di sfidare l’egemonia dell’Inghilterra attaccandola sul terreno su cui era più forte - il dominio sui mari - uscendone sonoramente battuta, la Cina di Xi Jinping ha dimostrato, in trent’anni di crescita spettacolare, un raffinato talento diplomatico. Ce lo spiega bene una professoressa di Stanford, Oriana Skylar Mastro che in un libro appena uscito, Upstart. How China Became a Great Power (Oxford University Press), ricorre alle categorie della business science per spiegare come questo paese, alla stregua di un’impresa nuova entrante sul mercato, si sia mossa con molta cautela per conquistare il secondo posto, dopo gli iper-dominanti Stati Uniti.
Emularne le strategie? Solo dove e quando questa scelta non risultasse troppo costosa e non allarmasse Washington. Per esempio, Pechino non ha scelto di copiare gli americani costruendo una rete di basi navali in giro per il mondo o investendo sulle impegnative portaerei. E si è tenuta alla larga dal promuovere alleanze militari. Invece ha seguito l’esempio della nazione più forte integrandosi nella rete delle istituzioni internazionali, dall’Organizzazione Mondiale del Commercio a tutte le tentacolari ramificazioni dell’Onu, per dimostrare al mondo il suo senso di responsabilità e il suo impegno nel sostenere i pilastri dell’ordine mondiale neoliberale.
Sfruttare le debolezze di Washington? Certo! Basta guardare alla massiccia presenza della Cina in Africa, un continente negletto dagli americani sia per pregiudizi politici – troppi autocrati con cui sporcarsi le mani – sia per trasandatezza – gli americani considerano il Sudamerica il proprio retrobottega ma certo non il Continente nero. E infatti la Cina si è mossa con i piedi di piombo dal Messico in giù per non irritare la ancora vivissima dottrina Monroe che impermalosisce gli Stati Uniti ogniqualvolta qualcuno si intrufoli nella propria storica zona di influenza, e ha invece investito massicciamente nella costruzione di infrastrutture in luoghi trascurati dalla «impresa dominante» perché giudicati non remunerativi, come farebbe qualsiasi giudizioso nuovo entrante, pronto a sfruttare le aree di mercato libere, senza andare troppo per il sottile sulla rispettabilità dei propri clienti. E non solo.
Mantenere buoni rapporti diplomatici con Stati come l’Iran o la Russia, in cima alla lista dei ricercati, è sfruttata da Pechino per asserire con successo il suo ruolo centrale nella mediazione dei conflitti. Innovazione imprenditoriale? Eccome! Ma differenziandosi dagli Stati Uniti, non imitandoli. Per esempio, Pechino ha asserito un solido vantaggio competitivo nelle tecnologie di sorveglianza, attestato dai numeri: metà delle telecamere nel mondo sono cinesi. Un piccolo esempio dell’astuzia che ispira Pechino nella sua grande strategia: sfruttare il proprio enorme mercato interno per promuovere il proprio successo all’estero; e a nessuno imporre il proprio modello di sviluppo, nella ferma convinzione –- opposta al vangelo neoliberale americano - che ogni Paese deve trovare la sua strada. L’autore naturalmente è combattuto tra due sentimenti opposti: da una parte ammirazione per tanto talento; dall’altra avversione per un nemico degli Stati Uniti (lo definisce tale) che si rivela così insidioso.
Ma alla fine oggi la Cina è più forte o debole a dispetto di tanta intelligenza? Non vi è aria di crisi di crescita dalle parti di Pechino? Difficile la risposta. Per tanti versi la Cina è imprevedibile. Lo tenga a mente Donald Trump. È molto lontano il 1839, l’anno del disonore per i cinesi, quando le cannoniere occidentali costrinsero la Cina a diventare il primo e più grande mercato per lo spaccio della droga nella storia, l’oppio della Compagnie delle Indie. Non basteranno una gragnuola di dazi, di sanzioni o di minacce a piegare Pechino. Non questa volta. (riproduzione riservata)
*Professore alla facoltà di Giurisprudenza di Firenze