Quando mai si è vista andare ai suoi massimi la borsa di un paese in guerra da due anni?
Sta succedendo per la prima volta alla borsa di Tel Aviv e la notizia è stata ripresa da molti media di finanza ed economia del mondo, tra cui questo quotidiano. Il listino è cresciuto del 58% negli ultimi due anni e del 30% negli ultimi dodici mesi, recuperando ampiamente la perdita del 23% dopo l’attacco del 7 ottobre 2023 e prosegue anche con l'operazione militare del governo israeliano a Gaza. Quest’anno veleggia a +11% battendo ampiamente lo S&P e continuando peraltro un trend storico di ottime performance: + 105% in 5 anni.
E la valuta nazionale, lo shekel, si è apprezzata diventando la migliore valuta del mondo di questi anni mentre, a febbraio 2025, le emissioni di bond dello Stato israeliano sono andate a ruba sui mercati internazionali: una emissione di 5 miliardi di dollari è stata oversuscribed 5 volte da 300 asset manager internazionali. Ma non sono solo le grandi società quotate e i bond dello Stato di Israele a fare gola a investitori domestici e internazionali nonostante la drammaticità del momento. Gli investimenti internazionali in startup high tech e fondi Venture Capital nel 2024 sono stati 3 miliardi di dollari. Numeri simili e anche superiori a quelli di economie oggi non in guerra e molto più grandi: la Spagna 2 miliardi, la Germania 2,5 miliardi, l’Italia 600 milioni .
Il motivo di questa resilienza? La capacità innovativa della difesa continua a costituire in Israele uno degli incubatori dell’economia high tech che ha fatto definire Israele “startup nation“. Non succede solo in Israele, l’esempio più importante è internet che nasce da un progetto militare americano durante la guerra fredda, ma per Israele è stato più determinante che altrove, dato che dalla sua nascita è sotto attacco da parte di nemici più ricchi e popolati e ha sempre dovuto fare leva sulla superiorità tecnologica della sua difesa per sopravvivere. Peraltro, non c’è solo l’high tech, sono i fondamentali di tutta la economia israeliana che vengono apprezzati dagli investitori domestici e internazionali. Il Pil che cresce perché la popolazione cresce (cosa a cui noi europei e in particolare noi italiani non siamo più abituati ) anche grazie ad una immigrazione di alta qualità; una alta produttività per merito di una knowledge economy e non di export di prodotti manufatturieri a basso valore aggiunto (e per questo poco penalizzata dai dazi di Donald Trump).
Nonostante la sua resilienza a 14 guerre, nei mesi successivi al 7 ottobre gli investitori hanno disinvestito perché preoccupati dall’attacco simultaneo contro Israele da parte dei terroristi (Hamas, Hezbollah, Houthi) e dei gruppi vicini all’Iran che dichiara da sempre di volere distruggere lo Stato ebraico. Poi però le tecnologie si sono adeguate alle nuove esigenze belliche.
Risultato: il cybertech è stato cruciale per i successi militari contro Hezbollah e l’Iran. Così, se in passato nascevano startups di software nel settore della comunicazione militare poi applicate con successo al civile, adesso esplodono quelle della cybersecurity: in questo 2025 sono avvenute due exits impressionanti: Wiz, una startup di cloud security, è stata venduta a Google per 32 miliardi di dollari; Cyberark ,startup focalizzata su identity security ,è stata acquistata da Palo Alto Networks per 25 miliardi di dollari.
Si stanno anche aggiungendo molti nomi nuovi ai colossi tecnologici globali che da sempre investono in Israele: a Intel che dal 1974 è attiva in Israele dove impiega migliaia di ingegneri nella R&S e produzione di chips avanzati si è recentemente aggiunta Nvidia, il nuovo leader mondiale dei supercomputer che, dopo avere acquisito nel 2020 Melanox per 7 mdi di dollari, si appresta in questi giorni ad aumentare la propria presenza con nuove fabbriche e assunzioni di più di 600 ingegneri nel 2025.
Oltre ai fondamentali dell’economia, gli investitori prezzano nello spread e nel costo del capitale il rischio geopolitico israeliano sfruttando i rating delle agenzie che oggi considerano azioni e obbligazioni israeliane investment grade. Mentre gli investimenti in Russia sono crollati del 63 % e nel Sudafrica dell’apartheid i fondi non investivano, la fuga da Israele non è avvenuta.
In tutti questi anni i grandi fondi e i grandi investitori internazionali (anche a capitale arabo) hanno seguito con attenzione l’economia, la politica e la società israeliana e continuano ad apprezzare la sua resilienza ed innovazione. In attesa che arrivi finalmente la pace. (riproduzione riservata)