La Bce ha lasciato invariati i tassi al 2% dopo otto tagli, con l’obiettivo di prendere tempo e avere più chiarezza su economia e dazi Usa. L’attenzione si è così subito spostata su settembre, quando saranno elaborate le nuove proiezioni macro.
Le parole della presidente Christine Lagarde, pronunciate dopo il consiglio direttivo del 24 luglio, sono state giudicate lievemente hawkish (falco) dai mercati che hanno così ridotto le attese di un altro taglio quest’anno.
Venerdì 25 luglio gli operatori monetari stimavano a meno del 20% la probabilità di una riduzione a settembre (era prevista al 50% prima della riunione Bce) e al 60% entro dicembre (dal 100% atteso in precedenza).
Anche gli economisti di mercato in media sono meno convinti di un’ulteriore sforbiciata. Goldman Sachs, Bnp Paribas, Nomura e Commerzbank hanno abbandonato le previsioni di un ulteriore allentamento, mentre JpMorgan ha rinviato l’attesa di un taglio da settembre a ottobre.
Invece Citi, Bank of America, Barclays e UniCredit hanno confermato la previsione di una riduzione a settembre, anche se per alcune di loro le probabilità sono diminuite. Come conseguenza delle minori aspettative di tagli, i tassi dei titoli di Stato sono saliti dopo la conferenza stampa di Lagarde.
La presidente Bce ha dato questa direzione ai mercati mostrandosi ottimista sulla crescita e non preoccupata per una rilevante discesa dell’inflazione sotto l’obiettivo del 2%.
Non è detto però che le parole di Lagarde rappresentino al 100% la posizione del consiglio. Il comunicato della Bce è stato neutrale, non hawkish. Inoltre alcuni governatori hanno chiarito dopo la riunione che l’ipotesi di un altro taglio non è da escludere.
«I rischi per la crescita continuano a essere orientati al ribasso, con un livello di incertezza che rimane molto elevato», ha detto François Villeroy de Galhau, governatore della Banca di Francia. «I dazi statunitensi, la cui portata è ancora incerta, non dovrebbero causare un aumento dell’inflazione, mentre l’apprezzamento dell’euro sta avendo un significativo effetto disinflazionistico», ha aggiunto.
Secondo il governatore finlandese Olli Rehn, «prendere più tempo per decidere è ora particolarmente utile», ma «non dovremmo aspettare invano che l’incertezza generale diminuisca in modo significativo, almeno non sotto l’attuale amministrazione statunitense».
Tra i falchi, il membro del comitato esecutivo Isabel Schnabel aveva già detto prima del consiglio direttivo che «è molto alta l’asticella per un altro taglio». Ma questa posizione non è stata condivisa da Lagarde.
Anche il presidente della Bundesbank Joachim Nagel per il momento si è limitato a osservare che «ora ha senso aspettare» e che «una mano ferma nella politica monetaria è appropriata, anche perché molto può accadere da qui alla prossima riunione».
Le proiezioni macro di settembre saranno un elemento cruciale in vista della prossima decisione sui tassi.
Lagarde ha detto che le previsioni di inflazione di giugno in linea di massima sono rimaste valide: l’euro si è apprezzato più del previsto, ma questo effetto è stato compensato dal rialzo dei prezzi del petrolio.
A giugno la Bce ha stimato che il carovita sarà l’anno prossimo all’1,6%, prima di tornare all’obiettivo del 2% nel 2027. Questa proiezione includeva tassi di mercato che incorporavano un altro taglio Bce.
Si vedrà a settembre l’evoluzione dello scenario. Un’inflazione troppo bassa è un problema per la banca centrale, soprattutto se influisce sulle negoziazioni dei salari, disancorando le aspettative di medio termine rispetto al target del 2%.
L’incognita principale per l’economia resta quella dei dazi Usa. Tariffe sul modello giapponese (15%, anche per il settore auto) sarebbero inferiori rispetto all’attuale minaccia del 30%, ma sarebbero comunque un colpo significativo per le esportazioni europee, danneggiate anche dall’apprezzamento dell’euro.
La Bce prevede una crescita dello 0,9% quest’anno, sulla base di dazi al 10%. Se il livello delle tariffe fosse più alto, la stima sul pil di Francoforte potrebbe essere rivista al ribasso.
Secondo un sondaggio condotto dalla Bce con 72 grandi imprese europee, «la crescita dell’economia ha frenato negli ultimi mesi poiché l’incertezza geopolitica e sui dazi ha intaccato la fiducia di imprese e consumatori». Queste aziende di grandi dimensioni potrebbero aver pagato le tensioni commerciali più delle medio-piccole.
Inoltre Lagarde ha osservato che nel primo trimestre gli investimenti sono aumentati, non solo per l’anticipo dell’attività sui dazi: alcuni fattori positivi secondo Francoforte sono stati le risorse di NextGenEu (in particolare in Spagna), le spese per i data center e i tassi più bassi.
Resta da vedere però se la crescita proseguirà nel resto dell’anno nonostante l’incertezza commerciale e geopolitica. I tassi di risparmio nell’Eurozona hanno continuato a salire. Si dovrà verificare poi la resistenza della manifattura e dei servizi che l’anno scorso hanno beneficiato di una stagione turistica molto positiva e di eventi come le Olimpiadi.
Le probabilità di un taglio dei tassi aumenteranno se crescita e inflazione freneranno nell’Eurozona più delle attese.
Secondo BofA, a settembre per la Bce sarà più difficile dire di essere «in una buona posizione» (come ha ribadito Lagarde) perché le proiezioni includeranno un euro più forte e dazi più alti del previsto. Anche Unicredit e Citi hanno indicato le tariffe e il cambio come motivi per tagliare ancora.
Per Goldman Sachs invece i richiami di Lagarde alla resistenza della crescita europea indicano che la Bce non ridurrà più i tassi. (riproduzione riservata)