La Bce ha tagliato dello 0,25% i tassi sui depositi, quelli che guidano la politica monetaria, portandoli dal 3,75% al 3,5%. La presidente Christine Lagarde ha evitato di dare indicazioni sul futuro: «Sarà quel che sarà. Rimaniamo dipendenti dai dati. Il percorso sui tassi è in discesa ma non è predeterminato né come sequenza né come entità».
Gli economisti delle banche d’affari vedono la prossima sforbiciata a dicembre, anche perché saranno pubblicati pochi dati economici prima della riunione di ottobre. I mercati monetari invece scontano al 50% una riduzione già nel prossimo consiglio. Gli esperti comunque evidenziano il rischio che nei prossimi mesi la Bce sottovaluti i segnali negativi sulla crescita. Francoforte ieri ha ridotto dello 0,1% le stime sull’aumento del pil per il 2024 (è atteso ora un +0,8%) e per i prossimi due anni.
«Se c’è una preoccupazione, sembra essere il rallentamento della domanda», ha detto Frederik Ducrozet, responsabile della ricerca macroeconomica di Pictet WM. «Perciò il rischio è che le riduzioni dei tassi siano più consistenti e più rapide». Potrebbe pesare anche un’eventuale accelerazione dei tagli Fed. Per Citi la Bce è «relativamente insensibile ai dati deludenti sulla crescita e incline a una stretta eccessiva. Un’accelerazione dei tagli quest’anno rimane improbabile, mentre è più probabile che le riduzioni siano più rapide e/o più ingenti l’anno prossimo».
Il taglio è stato giustificato da Lagarde con i buoni segnali sull’inflazione nel medio termine: le nuove proiezioni, immutate rispetto a quelle di giugno, hanno indicato per la quinta volta consecutiva il ritorno del carovita al 2% in modo duraturo a partire dalla seconda metà del 2025. I dati delle previsioni sarebbero stati probabilmente più bassi aggiornando i prezzi dell’energia ai valori degli ultimi giorni. La presidente Bce ha detto che a settembre potrà esserci un dato di inflazione basso, ma ha anche precisato che la banca centrale «non guarda singoli dati». Il carovita potrebbe poi risalire a fine anno a causa di effetti base.
La principale incognita riguarda l’inflazione nei servizi, il cui andamento è stato definito «non soddisfacente» da Lagarde. I falchi del consiglio direttivo hanno evidenziato timori in questo ambito nei giorni scorsi. Le stime sull’inflazione core, al netto di energia e cibo, sono state alzate dello 0,1%.
Anche nei servizi è comunque atteso un calo l’anno prossimo, secondo la presidente Bce. In tal senso Lagarde ha ricordato che le retribuzioni per dipendente sono in frenata, la produttività è in miglioramento e le imprese stanno assorbendo l’impatto sui prezzi finali legato all’aumento degli stipendi.
In questa fase i rischi sulla crescita, «orientati al ribasso» secondo la formula usata anche ieri dalla Bce, sono maggiori rispetto a quelli sull’inflazione. Lagarde ha osservato che su questo tema nel consiglio direttivo ci sono «alcuni più ottimisti, altri più pessimisti». La presidente Bce ha osservato che si prevede una spinta al pil dall’aumento dei consumi legato ai salari più alti dei lavoratori e alla minore stretta monetaria. Tuttavia la ripresa dei consumi, più volte auspicata, non si è ancora verificata: al contrario la fiducia di imprese e cittadini è in costante calo secondo gli indici anticipatori. L’occupazione, che finora ha resistito, potrebbe invertire rotta. Nel complesso l’inflazione potrebbe finire sotto l’obiettivo del 2%, un’ipotesi non esclusa neppure da Lagarde.
Come atteso, il tasso sui rifinanziamenti principali è stato ridotto di 60 punti base (al 3,65%), così da ridurre lo spread con il tasso sui depositi a 15 punti base. La novità non ha per il momento impatto sulla politica monetaria (si veda MF-Milano Finanza dell’11 settembre). Nella conferenza stampa Lagarde ha inoltre risposto a domande su Unicredit-Commerzbank (si veda articolo a pagina 4) e sul rapporto Draghi, sottolineando l’importanza delle riforme strutturali indicate dall’ex presidente Bce.
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