La Bce da che parte sta? A leggere alcuni documenti ufficiali dell’Eurotower viene il dubbio che i suoi vertici vivano sul serio in Europa. Leggere per credere.
«I passati incrementi dei tassi di interesse decisi dal Consiglio direttivo continuano a trasmettersi con vigore. Le condizioni di finanziamento si sono inasprite ulteriormente e frenano in misura crescente la domanda, che rappresenta un fattore importante per riportare l’inflazione all’obiettivo. Alla luce del maggiore impatto di tale inasprimento sulla domanda interna e dell’indebolimento del contesto del commercio internazionale, gli esperti della Bce hanno rivisto significativamente al ribasso le proiezioni per la crescita economica, che si porterebbe nell’area dell’euro allo 0,7% nel 2023, all’1,0% nel 2024 e all’1,5% nel 2025».
È uno stralcio del comunicato della Banca centrale europea il 14 settembre scorso, giorno in cui è stato annunciato il decimo aumento consecutivo dei tassi, arrivati ora al 4,5%. Se i mercati in un primo momento hanno reagito positivamente restando però comunque in tensione, stupisce oltremodo l’affermazione apodittica, al limite della soddisfazione, che le condizioni di finanziamento si siano «inasprite ulteriormente» tanto da frenare la domanda e dunque, in ultima analisi, ponendo le basi per l’avvento della recessione, come peraltro confermato dalle stesse previsioni di Francoforte sulle riduzioni delle aspettative di crescita. E persino le ultime dichiarazioni di Christine Lagarde prendono atto della recessione incombente, causata dalla politica restrittiva di Francoforte.
I manuali d’economia spiegano che in presenza di un aumento del tasso d’inflazione, dovuto alla domanda, una risposta delle banche centrali debba essere la riduzione della circolazione monetaria. Ma siamo sicuri che il tasso d’inflazione odierno in Eurozona ancora al 5,6% sia tutto dovuto a un eccesso di domanda e non anche agli effetti della fiammata sui prezzi delle materie prime in conseguenza della guerra in Ucraina? Il prezzo del gas, ad esempio, è oggi ancora il doppio del livello raggiunto prima dell’invasione russa.
Non tutti si sono comportati allo stesso modo. L’approccio della Fed al problema dell’inflazione è stato completamente diverso. Anche nella comunicazione. Lo ha notato Francesco Ninfole su queste pagine. Le due maggiori banche centrali del mondo sono andate in direzione opposta sui tassi. Se Bce ha scelto di alzare ancora i tassi di 25 punti base chiarendo che il picco potrebbe essere stato raggiunto, Fed si è fermata facendo capire che potrebbe varare un’altra stretta quest’anno.
La spiegazione l’ha fornita il suo presidente, Jerome Powell: «Considerando i progressi compiuti, possiamo procedere con cautela mentre valutiamo i dati in arrivo e l’evoluzione di prospettive e rischi». Tradotto, verifichiamo che la stretta non produca una frenata dell’economia, proprio quello che invece constata già oggi Bce: gli americani vogliono evitare una stasi delle attività produttive, gli europei la inducono. Chi delle due ha ragione? E cosa è più importante salvaguardare: l’occupazione, come avviene negli Usa dove anche l’antitrust pensa al benessere dei consumatori o la lotta all’inflazione, stella polare nell’Ue?
Senza volersi sostituire ai banchieri centrali, viene da chiedersi se personaggi della statura di Guido Carli, Carlo Azeglio Ciampi e Mario Draghi avrebbero avuto il coraggio di spiegare a famiglie e imprese che la restrizione del credito e della loro capacità di reddito rappresenta un dato positivo e financo l’amaro calice da bere per evitare l’inflazione. L’unico modo per battere l’aumento dei prezzi e in alcuni casi della speculazione sugli stessi – le bollette non si sono ridotte come ha fatto il costo del gas - è davvero indurre una recessione generalizzata, che già si sta registrando in Germania?
Nei prossimi mesi magari l’inflazione verrà sconfitta ma si scoprirà che sono spariti dai radar crescita e milioni di posti di lavoro. Una sconfitta che si potrebbe evitare usando il buon senso, come dimostra il caso americano. (riproduzione riservata)