La Bce inizia a riconoscere i rischi di recessione per l’Eurozona dopo aver pubblicato proiezioni economiche giudicate ottimistiche da molti analisti. Ieri Luis De Guindos, vicepresidente della banca centrale, ha sottolineato che dopo la flessione del pil dello 0,1% registrata nell’Eurozona nel terzo trimestre 2023 «gli indicatori segnalano una contrazione anche a dicembre, confermando la possibilità di una recessione tecnica nella seconda metà del 2023, con prospettive deboli nel breve termine».
Il rallentamento, ha aggiunto De Guindos, «sembra essere di ampia portata, con l’edilizia e il settore manifatturiero particolarmente colpiti». Nel frattempo «anche i servizi sono destinati ad affievolirsi nei prossimi mesi a causa dell’indebolimento del resto dell’economia». La frenata è stata finora graduale ma «le prospettive sono orientate al ribasso».
Anche il mercato del lavoro, che negli scorsi mesi ha resistito, mostra per il vicepresidente Bce «primi segnali di correzione», come indicato dal primo calo delle ore lavorate nel terzo trimestre e dalla flessione dei posti di lavoro vacanti. Secondo De Guindos l’aggiustamento in corso del mercato del lavoro «potrebbe pesare anche sul numero di posti di lavoro».
A dicembre la Bce ha indicato una previsione di aumento del pil dello 0,1% nel quarto trimestre 2023 (l’attesa era +0,4% a giugno). Ora però Francoforte considera l’arrivo della recessione. Potrebbe essere il primo segnale di un avvicinamento della banca centrale alle aspettative degli operatori di mercato che prevedono sei tagli dei tassi quest’anno. Gli analisti si aspettano un calo più forte della crescita e dell’inflazione (si veda anche MF-Milano Finanza di ieri).
Il passaggio successivo della Bce potrebbe essere quello di riconoscere che la disinflazione è superiore alle aspettative di Francoforte. Sul punto De Guindos è stato cauto ieri. Il falco tedesco del board Isabel Schnabel nei giorni scorsi aveva ammesso di aver sbagliato valutazione sui prezzi e aveva detto che erano «improbabili» nuovi aumenti dei tassi. Ma poi Schnabel ha mantenuto una posizione dura sui tassi: «È troppo presto per discutere di tagli», ha detto ieri confermando «visioni diverse sull’economia» rispetto ai mercati.
La Bce ha una linea più severa anche rispetto alla Fed che ha già suggerito la possibilità di tre tagli quest’anno (nel cosiddetto «dot plot»), nonostante debba confrontarsi con un’economia più favorevole. Secondo Capital Economics «i banchieri centrali Bce ribadiscono che la politica monetaria rimarrà severa per tutta la prima metà dell’anno, se non oltre. Ma riteniamo che la debolezza economica e il calo dell’inflazione li spingerà a iniziare i tagli in aprile».
I falchi vogliono rassicurazioni sui prezzi che potrebbero costare in modo non necessario al pil. Per Schnabel le pressioni sull’inflazione di fondo restano «elevate», anche se il dato core al netto di energia e cibo è sceso in modo rilevante, dal 5,5% di luglio al 3,4% di dicembre. Un indice più preciso dell’inflazione di fondo, il Pcci (Persistent and Common Component of Inflation), è tornato al 2%. Quanto ai salari, anche Schnabel ha detto di aspettarsi un «graduale declino nell’aumento degli stipendi». Ma il focus sbilanciato verso l’inflazione potrebbe diventare la causa principale della recessione che ora anche la Bce intravede.
«Il rallentamento dell’economia fa parte della trasmissione della politica monetaria», ha detto Schnabel. Il canale del credito, tuttavia, potrebbe pesare eccessivamente. Ieri i dati Bankitalia hanno mostrato una flessione a novembre dei prestiti in Italia ai privati del 3,2% (-3,1% a ottobre), con tassi dei mutui al 4,92% (dal 4,72% di ottobre) e verso le imprese al 5,59% (dal 5,46% nel mese precedente). (riproduzione riservata)