La Bce mostra un orientamento più falco rispetto alla Fed, nonostante un’inflazione più bassa e una crescita molto inferiore nell’Eurozona rispetto agli Stati Uniti. Ieri il consiglio direttivo di Francoforte ha lasciato invariati i tassi (al 4% quelli sui depositi) ma ha deciso di ridurre i riacquisti di titoli del piano pandemico Pepp di 7,5 miliardi al mese a partire da metà 2024, con stop definitivo alla fine dell’anno prossimo.
La presidente Christine Lagarde ha tentato (senza successo) di respingere le attese di mercato per un taglio dei tassi a marzo e ha precisato che la Bce non ha discusso ieri la tempistica di una sforbiciata, a differenza di quanto dichiarato il giorno prima dal presidente della Fed Jerome Powell.
Inoltre Lagarde ha sottolineato che «la guardia non è stata abbassata» sul carovita per i timori legati alla crescita dei salari e per la recente discesa dei tassi di mercato non incorporata nelle nuove proiezioni pubblicate ieri. Le previsioni macro però, anche se la presidente Bce non l’ha ricordato, non includevano neppure gli ultimi dati negativi su crescita e produzione industriale.
Lagarde ha invitato a guardare i dati, soprattutto quelli sul mercato del lavoro, che arriveranno nella «prima metà del 2024». Così alcuni economisti hanno indicato il primo taglio a giugno. Questa tempistica contrasta invece con le aspettative di mercato: gli operatori monetari scommettono su una prima sforbiciata a marzo (con una probabilità del 65%) e prevedono per l’anno prossimo riduzioni dei tassi per 150 punti base.
Lagarde non ha ripetuto ieri che l’inflazione «è troppo alta per troppo tempo» e non ha escluso esplicitamente tagli per due trimestri, come aveva fatto invece a metà novembre. Ma nel complesso «il messaggio della Bce è stato misto, in contrasto con la svolta dovish della Fed», ha osservato Bnp Paribas. L’euro si è rafforzato sul dollaro. Nei prossimi mesi però l’economia potrebbe obbligare la Bce ad accelerare il pivot della politica monetaria. Nelle nuove proiezioni, elaborate con le banche centrali nazionali, Francoforte ha abbassato le stime di crescita nell’Eurozona, anche se non è prevista una recessione, e ha ridotto l’inflazione attesa per l’anno prossimo dal 3,2 al 2,7%, lasciando invariata quella per il 2025 al 2,1%. Il carovita è previsto al 2% già dal terzo trimestre del 2025. Nel 2026 l’aumento dei prezzi scenderebbe all’1,9%, quindi sotto il target della Bce. Ma Lagarde ha comunque sottolineato il dato del 2025 (accorciando l’orizzonte delle proiezioni) e ha evidenziato con più decisione i rischi al rialzo sull’inflazione (a cominciare da quelli dei salari, anche se nessun economista ipotizza spirali con i prezzi), ammettendo che la Bce è «severa con sé stessa». Questa severità potrebbe tradursi in un calo dell’inflazione e della crescita di nuovo superiore alle attese, con un’altra revisione delle proiezioni a marzo che potrebbe preludere a un successivo taglio dei tassi, anche prima di giugno secondo i mercati.
In questo quadro macro non si trovano dati che giustifichino la restrizione aggiuntiva, sebbene lieve, dovuta alla riduzione anticipata dei reinvestimenti di titoli del Pepp. La Bce ridurrà il bilancio di ulteriori 45 miliardi nel 2024: circa 8-9 dovrebbero riguardare titoli italiani, secondo stime di mercato. Lagarde ha detto solo che è «un buon momento» e che «non ci sono rischi di frammentazione nell’Eurozona», precisando che alcuni membri avrebbero preferito un’uscita più rapida e altri una più lenta. Ma non ha spiegato le ragioni economiche della decisione, voluta dai falchi per ridurre l’esposizione ai titoli di Stato. Lo spread Btp-Bund ieri è comunque sceso. Nel complesso però la Bce ha mantenuto un orientamento hawkish, nonostante il falco tedesco del board Isabel Schnabel abbia ammesso di aver sbagliato la valutazione sull’inflazione. Un vero pivot potrebbe però arrivare dopo i dati economici dei prossimi mesi. (riproduzione riservata)