La Bce riconosce che l’attività economica e l’inflazione nell’Eurozona stanno frenando oltre le attese. Il consiglio direttivo, riunito ieri a Lubiana, ha tagliato all’unanimità i tassi di 25 punti base (0,25%), portandoli al 3,25%. Si tratta di una mossa che i mercati hanno scontato soltanto negli ultimi giorni, dopo i recenti dati su inflazione e crescita, ma che appariva improbabile dopo la riunione Bce di settembre.
Alcuni membri del consiglio direttivo allora avrebbero preferito una riduzione ogni trimestre, in corrispondenza delle proiezioni macro. Invece ora la banca centrale è costretta ad accelerare il ritmo, passando a tagli di 25 punti base a ogni riunione. I mercati scontano già un’altra sforbiciata a dicembre e nelle riunioni del primo semestre 2025: a giugno i tassi sarebbero così al 2%. Gli analisti non escludono neppure l’ipotesi di maxi-riduzioni di 50 punti base.
La presidente Bce Christine Lagarde non ha anticipato le mosse dei prossimi mesi. Al contrario, ha mantenuto l’approccio «dipendente dai dati» con decisioni «riunione per riunione», senza «nessun percorso predefinito sui tassi». Ma Lagarde ha ammesso che il quadro economico è cambiato rispetto a settembre.
In particolare la Bce prevede ora che l’inflazione tornerà in modo duraturo al 2% «nel corso» del 2025, quindi non più nella seconda parte del prossimo anno. Lagarde ha aggiunto che «probabilmente i rischi sulle proiezioni di inflazione sono ora più al ribasso che al rialzo». Insomma è svanito del tutto lo scenario di un «ultimo miglio» difficile sulla discesa del carovita, ipotizzato fino a pochi giorni fa dai falchi. Il rischio maggiore ora è piuttosto che la Bce abbia varato una stretta eccessiva a causa dei timori sull’aumento dei prezzi e che a un certo punto nel 2025 debba ritornare a stimolare l’economia.
Ieri Eurostat ha ulteriormente abbassato il dato di inflazione nell’Eurozona di settembre, portandolo a 1,7% (il minimo da aprile 2021), dall’1,8% comunicato in via preliminare, e dal 2,2% di agosto. Sono risultate in calo anche la componente di fondo (al 2,7%, dal 2,8% di agosto) e quella dei servizi (al 3,9%, da 4,1%). Lagarde ha detto che questi dati sono stati «una sorpresa» e che la disinflazione è «ben avviata».
Da tempo le proiezioni Bce sono superiori a quelle di mercato. Ci sarà probabilmente un aumento del carovita a fine 2024, a causa di effetti base sui prezzi dell’energia che però non cambieranno lo scenario complessivo. L’anno prossimo è anche atteso un calo delle pressioni inflazionistiche legate ai salari, dopo un 2024 di aumenti fisiologici per il recupero del potere d’acquisto dei lavoratori in seguito ad anni di rilevanti aumenti dei prezzi.
Così la Bce potrebbe rivedere al ribasso le stime di inflazione a dicembre. Dalla crescita non arriveranno spinte ai prezzi. Lagarde ha detto che l’attività economica è stata «più debole di quanto atteso». La Bce non vede la recessione, ma continua a indicare rischi sul pil «orientati al peggioramento».
L’attesa della ripresa economica da parte di Francoforte è legata a un recupero dei consumi che però non si vede nei dati. Al contrario le famiglie risparmiano di più. Inoltre le imprese investono meno, soprattutto a causa di una maggiore incertezza e di una minore fiducia. I governi europei avranno sempre minore spazio per le politiche fiscali. Difficile anche un sostegno al pil dalle esportazioni, viste le difficoltà della Cina e l’incertezza per l’impatto delle elezioni presidenziali negli Usa.
Quanto alla politica monetaria, continuerà a essere restrittiva per buona parte dell’anno prossimo. Ciò vuol dire che i tassi, nonostante i tagli, comprimeranno ancora l’economia fino a quando si tornerà al livello neutrale che viene stimato all’1,5-2%. Lagarde ha detto ieri che la vittoria sull’inflazione è vicina, ma non ancora raggiunta, perciò serve mantenere i tassi restrittivi. Nel frattempo però potrebbero aumentare ulteriormente i rischi per la Bce di discesa dell’inflazione sotto il 2% nel medio termine. (riproduzione riservata)