Confusione e incertezza. Sono due condizioni che in genere giocano a favore del prezzo dell’oro, che venerdì 20 ha superato quota 1.928 dollari l’oncia, tornando a livelli che non si vedevano dall’aprile 2022. Il metallo giallo si è apprezzato negli ultimi tre mesi del 19% a fronte di un deprezzamento del biglietto verde (Dollar index) dell’11%. «Nello stesso periodo, l’apprezzamento dell’oro contro euro è stato del “solo” 8%. Questo per spiegare che il metallo giallo è stato il grande assente nel 2022 proprio per la forza del biglietto verde; e ora il metallo prezioso sta recuperando terreno proprio come succede per tutte le altre valute», fa notare Stefano Gianti, analista di Swissquote. Negli ultimi tre mesi inoltre i rendimenti del decennale Usa sono scesi dal 4,25% al 3,39% rendendo quindi l’esposizione verso il Treasury meno attraente. Guardando allo scenario dei tassi Usa, che con buona probabilità si fermeranno a inizio primavera in area 4,75%-5%, cosa possiamo aspettarci? Secondo Gianti «Le condizioni di ipercomprato suggeriscono che potremmo assistere a una piccola correzione al ribasso nel breve periodo, ma i livelli compresi tra 1850 e 1875 dollari sono interessanti per accumulare il metallo giallo».
L’oro ha beneficiato del calo dei tassi reali statunitensi, dell'indebolimento del dollaro Usa e di condizioni finanziarie complessivamente più favorevoli. «Nelle ultime settimane, grazie a dati sull’inflazione più deboli del previsto, le probabilità di un taglio dei tassi da parte della Fed già nel 2023 sono aumentate» fa notare Edoardo Proverbio, responsabile investimenti di Dacalia sim. Gli esperti di Decalia ritengono però molto difficile che già nel 2023 la Fed possa attuare un cambio così radicale della sua politica monetaria, poiché pensano che la crescita sarà più resistente del previsto e, sebbene l’inflazione possa scendere ancora significativamente nei prossimi mesi, sarà difficile che ritorni vicino ai target delle banche centrali già nel 2023. Anzi, nella seconda parte dell’anno, l’inflazione potrebbe stabilizzarsi o addirittura risalire marginalmente. «La Fed taglierà i tassi solo quando sarà convinta di aver veramente sconfitto l’inflazione, perché muoversi prematuramente sarebbe un errore molto costoso, sia in termini economici, che di credibilità. In un tale scenario, l’oro non risulta un asset class interessante, poiché il costo opportunità di detenere oro è aumentato con il rialzo dei rendimenti sui titoli obbligazionari. Inoltre, ultimamente ha perso la decorrelazione che aveva con i mercati finanziari», commenta Proverbio.
L'argento, che viaggia intorno a 23 dollari l’oncia, è influenzato anche dalle dinamiche dei metalli industriali, dato che più della metà della sua domanda proviene da applicazioni industriali. «Si tratta di un fattore che ha contribuito alla sua scarsa performance dello scorso anno, in quanto i metalli industriali stavano subendo il rallentamento della Cina e i timori di recessione delle principali economie in generale. Se nel 2023 il motore economico cinese e globale riprenderà a girare, alimentato da una politica monetaria accomodante, questo potrebbe essere il catalizzatore per la ripresa dei metalli industriali e potrebbe anche stimolare ulteriormente il rally dell'argento», dice Mobeen Tahir, direttore ricerca macroeconomica di WisdomTree. Il trend è impostato al rialzo anche secondo l’analista di Swissquote, ma con fluttuazioni tra massimi e minimi di periodo più ampie rispetto al metallo giallo. «Visto che l’argento è un metallo industriale a causa delle sue proprietà chimiche e fisiche (utilizzato in elettronica, medicina, gioielleria), ha una maggiore correlazione con le attività economiche. E dato che le probabilità di recessione sono ora diminuite, almeno in quanto alla severità, potremmo tornare nel breve periodo in area 25 dollari. Nel medio periodo, mi aspetto però ritracciamenti profondi verso area 21 dollari, nel secondo trimestre, quando effettivamente il rallentamento economico dovrebbe verificarsi». (riproduzione riservata)