L’inflazione potrebbe diventare un problema per la Bce, ma nel senso opposto a quello visto finora. Il carovita nei prossimi mesi potrebbe scendere più di quanto atteso da Francoforte e finire sotto l’obiettivo del 2%. In questa direzione vanno i dati pubblicati ieri sull’inflazione ad agosto in Germania (scesa al 2%, dal 2,6% di luglio) e in Spagna (calata al 2,4, dal 2,9% di luglio). In entrambi i casi i valori sono stati inferiori alle previsioni, sulla spinta di effetti base e dell’andamento di energia e cibo. L’inflazione tedesca è scesa ai minimi da marzo 2021.
Oggi sarà reso noto il dato complessivo dell’Eurozona, che prima di ieri era previsto dal consenso di mercato al 2,2%, dal 2,6% di luglio. Se il valore sarà inferiore alle attese di mercato, così come avvenuto per Germania e Spagna, l’inflazione sarà ancora più vicina al 2%.
La banca centrale ha un target di medio termine simmetrico, ovvero deve contrastare con la stessa forza un’inflazione sopra o sotto il 2%. Nei fatti però, dopo anni di alta inflazione, molti banchieri centrali sono preoccupati soprattutto per un nuovo rialzo dell’inflazione. Un’attenzione eccessiva ai prezzi tuttavia potrebbe causare un carovita sotto il 2% e un danno non necessario all’economia.
I dati di ieri hanno spinto al ribasso l’euro, sceso a 1,108 dollari. I mercati scontano già al 100% un taglio dei tassi di 25 punti base nella riunione del 12 settembre e scommettono su una riduzione analoga a ottobre con una probabilità attorno al 60% (era al 50% prima di ieri).
Questo ritmo sarebbe più rapido di quello previsto finora da molti economisti e suggerito da alcuni banchieri centrali (come l’olandese Klaas Knot) che hanno mostrato una preferenza per tagli trimestrali, in corrispondenza delle nuove proiezioni macro della Bce.
Il carovita, dopo l’impennata dovuta a pandemia e guerra, è ormai tornato a un passo dall’obiettivo Bce. Gli unici dubbi sono legati all’inflazione core (cioè quella al netto di energia e cibo, scesa in Germania dal 2,9 al 2,8%) e quelli dei servizi (ferma al 3,9% nel Paese). Di solito queste componenti si adeguano in ritardo all’evoluzione dell’inflazione complessiva, come avvenuto anche nella fase di rialzo dei dati. Alcuni governatori temono però che i servizi, al contrario, possano tenere alto il carovita.
Un fattore di rilievo sarà l’andamento dei salari. L’aumento degli stipendi ha già iniziato la frenata: nel secondo trimestre è stato del 3,55%, dal 4,74% del primo, soprattutto a causa del rallentamento in Germania.
Questo fa pensare che il picco sulle retribuzioni possa essere stato raggiunto. Il capoeconomista della Bce Philip Lane ieri ha ricordato che quest’anno ci saranno i maggiori incrementi salariali per effetto di molti rinnovi contrattuali. Ma nei prossimi due anni il ritmo sarà inferiore: di conseguenza le pressioni dei salari sull’inflazione si ridurranno in modo significativo. Peraltro nell’Eurozona neppure negli anni scorsi si è osservato un vero rischio di spirale salari-prezzi: al contrario, c’è stato un adeguamento fisiologico degli stipendi dei lavoratori all’inflazione più alta.
L’aggiustamento dei salari è importante per i consumi e quindi per la crescita. L’Eurozona è bloccata da più di un anno in una sostanziale stagnazione. Non ci sono prospettive di una significativa ripresa, soprattutto a causa dell’economia tedesca. Il pil della Germania è fermo e l’inflazione è tornata al 2%: si vedrà se questo scenario cambierà l’orientamento dei banchieri centrali tedeschi, che finora hanno sempre messo in primo piano i rischi al rialzo sull’inflazione rispetto a quelli sulla crescita. (riproduzione riservata)