L’inflazione nell’Eurozona fa un altro passo verso il 2%. A gennaio il dato è calato al 2,8%, dal 2,9% di dicembre. La discesa è stata lievemente inferiore alle attese degli analisti che avevano previsto un valore al 2,7% dopo i dati positivi di Germania e Francia di mercoledì. L’inflazione core è calata al 3,3%, dal 3,4%. Gli economisti di Barclays e Citi hanno osservato che i valori di gennaio sono stati condizionati dalla variazione dell’indice e da fattori fiscali e stagionali. Ma si attende che la disinflazione prosegua. Citi vede ancora una caduta del carovita quest’estate sotto l’obiettivo Bce del 2% nel medio termine. Bnp Paribas stima un dato al 2,4% a febbraio.
La probabilità di un taglio dei tassi Bce ad aprile ieri si è lievemente ridotta, ma resta al 90% secondo gli operatori monetari (rispetto al 100% del giorno prima). Nelle proiezioni di dicembre la Bce aveva incorporato l’attesa di mercato di 3-4 riduzioni dei tassi quest’anno a partire da giugno. Gli analisti si aspettano che il tasso sui depositi finale al termine del ciclo di tagli arrivi attorno al 2%, dall’attuale 4%. La Bce ritiene che in una prospettiva macro ci sia poca differenza se iniziare i tagli ad aprile o giugno.
I falchi, come l’olandese Klaas Knot, preferirebbero aspettare il più possibile per essere sicuri che non ci siano sorprese sul fronte dei salari. Il mantra di alcuni banchieri centrali è che occorre «rafforzare la fiducia» sul ritorno dell’inflazione al 2%. Le colombe, come il governatore portoghese Mario Centeno, vorrebbero iniziare prima, in modo da tagliare in modo più graduale. Così si eviterebbe un’attesa prolungata tale da frenare l’economia in modo non necessario e obbligare poi la Bce a più riduzioni dei tassi nella seconda metà dell’anno. La decisione sul primo taglio sarà guidata dai prossimi dati su salari e inflazione e dalle proiezioni Bce di marzo. A Francoforte si ritiene che eventuali tagli della Fed avrebbero un impatto limitato sulle scelte della Bce perché produrrebbero effetti contrastanti sull’inflazione europea.
Il capoeconomista della Bce Philip Lane ha ricordato ieri a Roma all’Eief (Einaudi Institute for Economics and Finance) che Francoforte ha un obiettivo simmetrico, cioè combatte allo stesso modo un’inflazione sopra o sotto il 2%. Anche i Paesi nel Nord Europa, osservano alcuni, hanno interesse che il carovita non scenda sotto il target perché poi sarebbero necessarie misure come acquisti di titoli della Bce. Finora i banchieri centrali nordici sono stati comunque più concentrati sui rischi al rialzo sui prezzi. Ha fatto eccezione nei giorni scorsi il presidente della Bundesbank Joachim Nagel secondo cui «la bestia avida dell’inflazione è stata domata». La Germania è il Paese più in difficoltà sul pil.
Ieri Lane ha rilevato che sulla crescita dell’Eurozona di quest’anno (stimata a +0,8% dalla Bce) peserà l’effetto trascinamento della stagnazione del 2023. Anche il vicepresidente Luis De Guindos aveva ipotizzato un aumento del pil sotto le attese. In questo quadro l’Italia non desta preoccupazioni particolari a Francoforte: non ci sono prospettive di recessione, anche grazie al Next Generation Eu, e questo allontana i rischi di frammentazione e spread.
Riguardo all’inflazione, Lane ha sottolineato l’importanza dei salari, ma ha anche evidenziato segnali positivi. La crisi del Mar Rosso avrà «un impatto limitato», ha detto all’Eief in un incontro a cui erano presenti il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta, il direttore generale Luigi Federico Signorini e il governatore onorario Ignazio Visco. Inoltre Lane ha osservato che l’indice Pcci dell’inflazione di fondo ha raggiunto il 2%, l’inflazione a tre mesi sta calando con più forza di quella annuale e i prezzi del gas sono sotto i livelli attesi dalla Bce. (riproduzione riservata)