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L’implacabile declino dell’Europa tra invecchiamento della popolazione e bassa crescita del Pil

di Guido Salerno Aletta
21 luglio 2023, 22:00 Ultimo aggiornamento: 22:18

Tutto gira al ribasso: salari, consumi, risparmio, credito, investimenti, occupazione. Il sistema economico perde progressivamente di attrattività e viene abbandonato | Perché in Italia l’inflazione cala meno

Il declino economico dell’Europa non dipende dall’invecchiamento della popolazione: la preferenza per un orario di lavoro più breve rispetto a un aumento di stipendio, per godersi un po’ la vita e senza avere figli tra i piedi, è una rappresentazione memore dell’edonismo reaganiano che furoreggiava negli anni Ottanta, come la Milano da bere, che non ha niente a che vedere né con la realtà italiana, né con la Storia dell’Unione europea, e che non tiene conto del riassetto drammatico degli equilibri continentali determinati dalla caduta del Muro di Berlino.

Qualcosa è andato storto, certo. Anzi, quasi tutto, visto che nel 2022, per la prima volta, il potere pro-capite di acquisto (Ppp) in Italia è stato inferiore alla media europea, con 98/100. A rileggere le statistiche dei tempi che furono, si capisce bene che cosa significhi impoverimento drammatico: nel 1989, il reddito italiano, calcolato dal Fmi a valori monetari costanti prendendo come anno base il 2017, era stato di ben 36.263 dollari rispetto ai 35.830 della Repubblica federale tedesca e ai 34.075 della Francia. L’Italia si collocava al 118% rispetto alla media europea: da allora abbiamo perso 20 punti netti.

La prima ondata delle delocalizzazioni

Il primo prezzo è stato pagato con le delocalizzazioni a favore dei Paesi ex-comunisti dove il costo del lavoro era minimo e col massiccio trasferimento di risorse attraverso l’Unione europea: la Lituania campeggia per prima, con un incremento del reddito pro-capite del 277% rispetto al 1989, seguita dalla Lettonia con un +227% e poi dalla Polonia con un +200% tondo; seguite dalla Croazia col +146% e dalla Romania che ha messo a segno un +132%, mentre la Slovenia si è dovuta accontentare di un +126%. In fondo, si fa per dire, troviamo la Repubblica Ceca col +82% e la Bulgaria col +31%.

All’ultimo posto c’è proprio l’Italia, con un minuscolo +22%, una performance inferiore addirittura a quella della stessa Russia che ha registrato un +33% tra il 1989 e il 2022. Ma nel panorama mondiale è la crescita della Cina che non ha avuto paragoni di sorta, con il reddito pro-capite espresso sempre in Ppp e ai valori del dollaro del 2017, che si è moltiplicato per tredici volte, passando da 1.380 a 19.074 dollari annui.

La crescita dell’Europa è ben rappresentata dalla statistica del pollo secondo Trilussa: c’è chi si è mangiato petto e cosce, e chi si è dovuto accontentare delle ali. Si è imposto, per agglutinare attorno alla Germania i Paesi dell’ex Patto di Varsavia, il suo modello mercantilista, export-led, creando al contorno una periferia di Paesi subfornitori tra cui l’Italia del nord: ed è stato così che Berlino ha conformato a sé gli equilibri economici e finanziari dell’intero Continente, accumulando attivi commerciali e finanziari stratosferici che hanno penalizzato il resto dell’Europa.

La fine degli assegni familiari, un colpo al cuore

E non si può fare di tutta l’erba un fascio neppure con l’andamento demografico: la popolazione italiana, sempre nell’1989, era di 56,6 milioni di abitanti quando la Francia ne aveva 56,3 milioni. Oggi in Francia vivono 65,8 milioni di persone e in Italia 58,9 milioni rispetto al picco di 60,3 milioni raggiunto nel triennio 2013-2015: le consistenti politiche sociali a favore della famiglia, che hanno imitato il sistema italiano degli assegni familiari che venne abrogato con la riforma pensionistica adottata dal governo Dini nel ’94, e la settimana lavorativa di 35 ore hanno fatto la differenza. Le famiglie francesi non hanno il timore di avere figli visto che non rappresentano un costo aggiuntivo, e si godono pure la settimana lavorativa cortissima.

E non è bastata neppure la crescita vigorosa a fermare la depopolazione dei Paesi ex-comunisti, colpiti da una emigrazione massiccia: sempre a partire dall’’89, la Bulgaria ha perso ben 2 milioni di persone, quasi un quarto dei suoi abitanti, essendo passata da 8,8 milioni a 6,8 milioni. La Romania ha perduto 4,6 milioni di abitanti, scendendo da 23,4 a 18,8 milioni: è già un quinto della popolazione, con un trend che pare inarrestabile visto che si è ridotta di un milione di unità fra il 2016 e il 2022.

Quello della emigrazione è un fenomeno che ha colpito duramente anche la Francia: l’ex-presidente Nicolas Sarkozy era solito dire che la perdita di oltre un milione di giovani, ben istruiti e in cerca di migliori retribuzioni che in pochi anni avevano abbandonato il Paese, aveva rappresentato un sacrificio addirittura superiore rispetto alle vite perse durante il primo conflitto mondiale.

L’anima nera del mercantilismo tedesco

È l’intero assetto dell’Unione europea a essere violentemente regressivo, incapace di comprendere che la severità sui conti pubblici è del tutto inutile quando quelli con l’estero sono fuori controllo: ma è ben questa l’anima nera del mercantilismo tedesco, che accumula ricchezze attraverso gli squilibri.

Basta vedere come sono messe la Polonia e la Romania, per non parlare della Grecia che dal 1989 a oggi non ha mai avuto un solo anno con la bilancia dei pagamenti correnti in pareggio. Neppure ora, anzi, e nonostante le severe pressioni della Troika: importando tutto e di tutto, e vivendo praticamente solo di turismo, le riforme strutturali sono state sacrifici del tutto inutili. Come Varsavia e Bucarest, Atene continua ad accumulare debiti su debiti con l’estero, anno dopo anno.

Per non fallire, il rispetto del superiore principio della libertà di circolazione delle merci, dei servizi, dei capitali e delle persone, impone violente riduzioni della domanda interna e dei salari, come è stato fatto in Italia dopo il 2011: ma questo riequilibrio, che presuppone l’esistenza di un apparato industriale capace di aumentare l’export basandosi sulla acquisita competitività del costo del lavoro, innesca un processo di bassa crescita che si avvita senza fine.

Il circolo vizioso

Tutto gira al ribasso: salari, consumi, risparmio, credito, investimenti, occupazione; il sistema economico perde progressivamente di attrattività e viene abbandonato. Ed è inutile sollecitare i sindacati, inutile sperare nel rinnovo dei contratti: tutto è a costo zero per le imprese. Si arriva così al paradosso che gli aumenti di stipendio li paga lo Stato, tagliando le tasse sui redditi da lavoro: un sistema che divora se stesso.

Chi pensa che l’invecchiamento della popolazione europea e la bassa crescita dipendono dalla preferenza per il tempo libero ha già passato troppo del suo tempo a passeggio. (riproduzione riservata)



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