L’economia resta ferma nell’Eurozona, aumentando così la probabilità scontata dai mercati di un’accelerazione dei tagli dei tassi Bce. L’indice Pmi composito è rimasto a 49,7 a ottobre, di fatto stabile rispetto al 49,6 di settembre, e ancora sotto la soglia di 50 che separa la contrazione dall’espansione economica. Di conseguenza la crescita del pil dell’Eurozona dovrebbe restare vicina allo zero nel terzo e quarto trimestre, dopo il +0,2% registrato nel secondo. I dati indicano che è improbabile una ripresa più forte guidata dall’aumento dei consumi, come è stato auspicato dalla Bce.
I segnali di crescita debole si aggiungono a quelli di una disinflazione più forte di quanto previsto da Francoforte a settembre. A dicembre le proiezioni dovrebbero essere corrette al ribasso: in quella riunione la Bce dovrebbe tagliare i tassi di altri 25 punti base (sarebbe la quarta volta) fino al 3%. I mercati tuttavia scontavano ieri una probabilità al 50% di una riduzione di 50 punti base.
Nei giorni scorsi l’opzione del maxi-taglio è stata esplicitamente evocata dal governatore portoghese Mario Centeno che ha aggiunto: «Continuiamo a rinviare la ripresa e i rischi al ribasso si stanno materializzando. Questa è probabilmente una buona definizione di essere in ritardo». Invece secondo il presidente della Bundesbank Joachim Nagel la Bce non deve essere «frettolosa».
I banchieri centrali europei iniziano a discutere anche della possibilità di tagliare i tassi l’anno prossimo fino a un livello sotto quello neutrale che gli analisti stimano attorno al 2%. «C’è una combinazione di bassa inflazione e crescita debole che favorisce un ulteriore allentamento della politica monetaria», ha detto il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta in una riunione del Fmi. «Non possiamo escludere di scendere al di sotto del tasso neutrale, anche se è troppo presto per dirlo». I tassi, nonostante i tagli, resteranno a lungo restrittivi per l’economia. Secondo Panetta, la Bce deve pensare anche a una nuova comunicazione che abbandoni la linea del «no commitment». Secondo indiscrezioni Francoforte potrebbe rinunciare al riferimento a decisioni «riunione per riunione» e a quello su «tassi restrittivi finché necessario».
L’indice Pmi è stato zavorrato dai dati di Germania e Francia e da quelli della manifattura, su cui pesa la domanda debole. I nuovi ordini sono calati per il quinto mese consecutivo. Segnali negativi arrivano anche dal mercato del lavoro: le aziende hanno reagito al calo della produzione riducendo l’occupazione in misura maggiore in quasi quattro anni. La fiducia delle imprese è scesa ai minimi da 11 mesi. Nel frattempo sono calate le pressioni inflazionistiche: i costi dei fattori produttivi sono aumentati al ritmo più lento da novembre 2020 e l’inflazione dei costi alla produzione è scesa ai minimi da 44 mesi. Per S&P Global «ci sono crescenti preoccupazioni per una contrazione del pil nel quarto trimestre. L’ulteriore peggioramento della fiducia delle imprese lascia intravedere rischi al ribasso nel breve termine». (riproduzione riservata)