La storia di iRobot, la regina dei pavimenti puliti, rischia di finire nel cestino della polvere. L’azienda che ha inventato il Roomba, il robottino aspirapolvere che prometteva di liberarci per sempre dallo straccio, ha ammesso in una comunicazione alla Sec, l’autorità che vigila sui mercati americani, di non riuscire più a trovare un acquirente. Dopo mesi di trattative, anche l’ultimo potenziale compratore si è sfilato, lasciando iRobot con un futuro sempre più incerto.
A Wall Street il titolo è crollato di quasi il 34% nella seduta di lunedì 27. Del resto, scrive l’azienda, l’ultima offerta arrivata sul tavolo era «significativamente inferiore» rispetto al prezzo medio delle azioni. E oggi non ci sono più «negoziazioni avanzate con alcun soggetto» per una possibile vendita o operazione strategica. Tradotto: le possibilità di un salvataggio appaiono remote.
La crisi di iRobot non nasce oggi. Dopo che Amazon ha dovuto rinunciare all’acquisizione da 1,7 miliardi di dollari nel gennaio 2024 per l’opposizione dell’antitrust europeo, il gruppo non si è più ripreso. Quella fusione, secondo il ceo Amazon Andy Jassy, è stata «un’occasione persa» che avrebbe permesso a iRobot di crescere e competere contro la nuova ondata di rivali cinesi come Anker, Ecovacs e Roborock.
Da allora, le finanze si sono fatte più traballanti di un aspirapolvere su un tappeto a frange. Gli utili sono crollati, il debito pesa, e in marzo la stessa società ha avvertito che esiste «un sostanziale dubbio» sulla possibilità di continuare l’attività. Il prestito da 200 milioni concesso da Carlyle Group nel 2023, pensato come tampone fino al matrimonio con Amazon, è stato prorogato già sei volte e ora scade il 1° dicembre.
Se i finanziatori non allungheranno ancora una volta la mano, o se non arriveranno nuovi capitali, la società ha scritto che «potrebbe essere costretta a ridurre drasticamente o cessare le operazioni» e che la bancarotta sarà «probabile».
In fondo, il vero problema non è solo la burocrazia americana o la rigidità delle regole antitrust. È che, nel frattempo, la concorrenza cinese è salita di livello: robot più economici, più intelligenti e spesso migliori.
È un destino beffardo quello di iRobot, tra gli inventori di un’intera industria che oggi vale miliardi. Ma mentre il settore dei robot domestici vive la sua età dell’oro, la sua creatrice rischia di restare fuori dal gioco.
Secondo gli analisti, il mercato globale dell’automazione domestica vale oggi oltre 70 miliardi di dollari e potrebbe superare i 300 miliardi entro il 2034 con tassi di crescita annuali compresi in una forchetta che va dal 15% al 25%. Case più connesse, più efficienti, più autonome: un’onda che cresce alimentata da intelligenza artificiale, IoT e assistenti vocali.
Peccato che proprio chi aveva acceso il motore di questa rivoluzione ora rischi di restare senza batteria. Se non troverà un modo per reinventarsi, iRobot potrebbe diventare il simbolo più amaro del capitalismo tecnologico: creare un futuro che funziona alla perfezione, ma in cui non c’è più posto per te. (riproduzione riservata)