Wall Street ha quasi messo alla porta le banche europee. Mentre nel Vecchio Continente gli istituti americani hanno guadagnato fette di mercato, negli ultimi dieci anni la quota delle commissioni incassate dagli istituti di credito europei si è quasi dimezzata.
A oggi, secondo il fornitore di dati finanziari Dealogic, le banche d’investimento con sede in Europa rappresentano il 12,6% delle fees statunitensi. La quota in realtà è aumentata dall’11,1% dell’anno scorso, ma è crollata rispetto al 2013, quando era di circa il 25%. Il calo comunque va avanti da ancora più tempo perché nel 2008, prima della crisi finanziaria, la quota delle commissioni incassate dalle banche europee negli Usa era del 30%.
In questi anni la concorrenza degli istituti americani è stata spietata. Giganti come Jp Morgan, Goldman Sachs e Citigroup hanno acquisito un peso sempre più massiccio all’interno dei confini nazionali. Le banche di Wall Street partivano già da una quota di mercato molto elevata, pari al 67% nel 2013.
E in dieci anni hanno fatto ancora meglio perché l’hanno portata al 78%. Il dominio è più evidente in uno dei rami più tipici dell’investment banking: quello delle acquisizioni e delle fusioni. Nell’m&a i player a stelle e strisce hanno una fetta dell’88%, mentre i rivali europei sono relegati al 7,8%.
Qualcuno prova a resistere: l’anno scorso, dopo il salvataggio di Credit Suisse, Ubs ha aumentato del 60% il numero dei dipendenti della banca d’investimento statunitense. Gli svizzeri puntano al sesto posto nella classifica delle commissioni di Wall Street, occupato da Wells Fargo con una quota di mercato del 4,4%. La banca guidata dal ceo Sergio Ermotti invece è al tredicesimo posto con il 2%.
Gli europei dovranno reagire anche fuori dagli Usa perché lo strapotere dei colossi americani va ben oltre le mura domestiche. Gli istituti di Wall Street conquistano terreno in tutto il mondo e l’anno scorso hanno messo le mani sul 53% delle commissioni globali. Le banche europee invece sono rimaste indietro con una quota di mercato ridottasi al minimo storico, cioè al 21%.
Per gli statunitensi l’aumento delle fees arriva nel momento più opportuno. A settembre la Fed potrebbe iniziare a tagliare i tassi, che negli Usa sono al 5,25-5,5%, ai massimi da oltre vent’anni. Una serie di sforbiciate del costo del denaro andrà ad alleggerire il margine d’interesse, che negli ultimi anni ha rimpinguato i conti delle banche. Il calo potrà essere bilanciato dall’incremento delle commissioni, una consapevolezza che ha spinto gli istituti a puntare forte sulle fees.
In Europa la Bce potrebbe adottare un approccio più cauto, che andrebbe a sostenere gli utili degli istituti europei. Ma sul fronte delle commissioni servirebbe ben altro: per esempio, una spinta alle fusioni transfrontaliere capace di creare dei campioni comunitari in grado di gareggiare con quelli statunitensi.
Il divario è evidente soprattutto sui mercati finanziari: la banca americana con il maggior valore in borsa, Jp Morgan, capitalizza 614 miliardi mentre Bnp Paribas, l’equivalente europeo, è ferma a 70 miliardi. Un abisso che l’Ue difficilmente potrà colmare senza l’unione dei mercati dei capitali e bancaria. (riproduzione riservata)