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Investimenti, c’è un buco in Europa. Servono 5.400 miliardi per digitale, green e difesa, ma mancano strumenti comuni Ue

12 luglio 2024, 21:00

L’Ue ha bisogno di 5.400 miliardi nel periodo 2025-2031, di cui 1.300 nel settore pubblico, soltanto per digitale, green e difesa, secondo i calcoli Bce. Ma non ci sono strumenti comuni europei per colmare il fabbisogno. E ora peserà lo stallo franco-tedesco

Tutti concordano in Europa sulla necessità di investire di più per il clima, il digitale e la difesa. La Bce ha calcolato che serviranno solo in questi tre ambiti almeno 5.400 miliardi di euro nel periodo 2025-2031, di cui 1.300 dal settore pubblico. Ma nessuno sa come sarà finanziato questo fabbisogno. Gli strumenti comuni europei, come il bilancio Ue e il NextGenEu, sono limitati o in via di esaurimento, senza la prospettiva di una capacità fiscale permanente. A livello nazionale, gli Stati sono frenati dai vincoli del nuovo Patto di Stabilità e (ancor di più) da quelli imposti dai mercati e dalla sostenibilità di deficit e debiti. Per quanto riguarda il comparto privato, non c’è ancora un mercato unico dei capitali. In questo quadro l’Europa non ha mostrato finora la spinta politica per andare oltre gli strumenti varati in modo eccezionale per il Covid. E nei prossimi mesi peserà l’assenza di una leadership europea a causa dello stallo politico che si prospetta in Germania e Francia.

Gap di 900 miliardi nel comparto pubblico

Gran parte delle risorse necessarie dovranno essere investite da privati. Ma comunque una parte significativa dell’ammontare totale dovrà arrivare dal comparto pubblico. Alcuni economisti Bce (Othman Bouabdallah, Ettore Dorrucci, Lucia Hoendervangers and Carolin Nerlich) hanno stimato che le iniziative Ue esistenti potranno fornire circa 400 miliardi attraverso bilancio Ue, NextGenEu (attivo solo fino a fine 2026), Bei e programmi come InvestEu. Di conseguenza il gap stimato per il settore pubblico è di circa 900 miliardi tra il 2025 e il 2031. Considerando un possibile range del 20% al rialzo e al ribasso, la cifra potrebbe oscillare tra lo 0,6 e l’1% del pil Ue ogni anno.

«Non sarà facile pagare questo conto, soprattutto per i Paesi ad alto debito e con ampi deficit strutturali», osservano gli economisti. L’Italia è in una posizione difficile: ha il secondo debito (circa 140% del pil) dopo la Grecia e il maggiore deficit primario strutturale (seguita dalla Francia) secondo i dati della Commissione Ue.

Le nuove regole fiscali

L’analisi Bce ha evidenziato che le nuove regole fiscali possono in parte aiutare. In particolare due nuove norme possono facilitare gli Stati. Innanzitutto, sarà possibile estendere i piani di aggiustamento da quattro a sette anni, in caso di riforme credibili, liberando in totale spazio fiscale per 700 miliardi nel periodo 2025-2031. In secondo luogo, i Paesi potranno mantenere dopo la fase di aggiustamento un deficit strutturale dell’1,5% del pil, mentre in passato l’obiettivo di medio termine era dello 0,5%. In teoria ci sarebbe così l’1% di margine di manovra in più rispetto alla versione precedente del Patto di Stabilità.

Tuttavia questo spazio maggiore non sarà sufficiente, secondo gli economisti Bce. Potrebbero emergere colli di bottiglia, per esempio legati ai vincoli nella capacità del settore pubblico in tema di investimenti. Inoltre la stima totale di 5.400 euro di investimenti non considera quelli necessari in settori come sanità, scuola e formazione.

Alcuni Stati avranno maggiori difficoltà, con il rischio di frammentazione del mercato europeo. In ogni caso l’analisi Bce ricorda, facendo un esempio per quanto riguarda la transizione green, che «nessun Paese, neppure il più ricco, può fermare il cambiamento climatico da solo». In altri termini, beni comuni richiederebbero finanziamenti europei comuni, come ha più volte ricordato l’ex premier e presidente Bce Mario Draghi.

L’assenza di titoli comuni

Le nuove regole fiscali Ue hanno fatto progressi grazie a un consolidamento fiscale più realistico e a un maggior peso dato alle riforme dei governi. Mancano del tutto però nuovi meccanismi di finanziamento comuni. In tal senso il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta ha osservato nelle Considerazioni Finali: «In mancanza di avanzamenti verso una politica di bilancio comune, qualunque riforma che intervenga solo sulle politiche nazionali rischia di fare apparire le regole europee sbilanciate verso il rigore e poco attente alle esigenze dello sviluppo».

Il deficit di finanziamento pubblico di 900 miliardi di euro secondo gli economisti Bce «non può essere colmato senza un ulteriore coinvolgimento dell’Unione» attraverso ulteriori risorse proprie, nuove priorità nel budget Ue e anche attraverso emissioni di titoli europei. I safe asset comuni sono il grande nodo irrisolto dell’Europa. Una loro introduzione aiuterebbe anche la Capital Markets Union (Cmu) e quindi gli investimenti privati.

Gli squilibri nei conti pubblici e la sfiducia tra Paesi rendono però ancora lontani gli Eurobond. Il NextGenEu resterà uno strumento una tantum, nonostante l’appetito degli investitori per titoli europei. Senza capacità fiscale comune, molte iniziative allo studio nell’Ue (come quelle sulla Cmu) produrranno benefici marginali, ma non un cambiamento reale.

La strada della maggiore integrazione europea appare sempre più difficile da percorrere in Europa, viste le difficoltà dei governi di Francia e Germania. Il «funding gap» è un tema all’attenzione dei Paesi dell’area euro: se ne discuterà anche nell’Eurogruppo con Enrico Letta. Ma la prossima legislatura europea dovrà dimostrare di essere capace di concreti passi avanti sulla capacità di investire nei settori strategici. (riproduzione riservata)



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