Intesa Sanpaolo vuole distribuire circa 50 miliardi di euro agli azionisti tra il 2025 e il 2029, con un payout ratio fissato al 95% per ciascun anno dal 2026 al 2029, di cui il 75% in dividendi cash e il 20% tramite buyback, mentre eventuali ulteriori distribuzioni saranno valutate annualmente a partire dal 2027. La misura rientra nel nuovo piano di impresa 2026-2029 che la banca ha presentato lunedì 2 febbraio.
Intesa conferma un modello patrimonializzato, digitale e a «zero npl» con focus sui ricavi da commissioni, efficienza operativa e profilo di rischio contenuto. Nel quadriennio l’istituto guidato da Carlo Messina prevede di creare circa 500 miliardi di valore per tutti gli stakeholder: 50 miliardi agli azionisti, 374 miliardi di nuovo credito a medio-lungo termine (260 miliardi in Italia), 28 miliardi per il personale, 17 miliardi per fornitori, 26 miliardi per il settore pubblico, circa il 30% del nuovo credito destinato a iniziative sostenibili e un miliardo per interventi sociali. Il banchiere si è inoltre reso disponibile per un sesto mandato alla scadenza di quello attuale nel 2028.
Messina è stato molto chiaro sulla traiettoria strategica del gruppo parlando agli analisti: «In questo momento, dobbiamo accelerare fuori dalla Italia, senza la necessita di acquisizioni di banche nell'Eurozona, bensì rafforzando la presenza nei contesti dove abbiamo già nostre filiali, come in Francia, Spagna e Germania. Siamo unici in Europa, resilienti e in grado di avere successo in ogni scenario».
Quanto all’Italia, «qui siamo i leader e qualsiasi combinazione o integrazione non cambierà la nostra solida leadership: saremo i leader e possiamo attrarre sempre più private banker e consulenti finanziari», ha puntualizzato Messina che ha nuovamente escluso un intervento nel risiko in corso, a partire dalle manovre intorno a Generali: «Non ci piace fare acquisizioni di quote di minoranza semplicemente per aumentare la quantità totale del risultato netto attraverso l'acquisizione. La cosa interessante nella storia di una banca si basa sulle azioni industriali e non sulle attivita' di investimento». Il banchiere ha inoltre ribadito: «Ci basiamo su azioni industriali, non su attività di investimento da hedge fund».
E sui nuovi equilibri industriali e di governance che si sono creati dopo l’opas di Mps in Mediobanca Messina ha precisato: «Non vediamo alcun problema da combinazioni di Mps, sia con Banca Generali che tramite accordi con Generali. Generali (partecipata al 13,2% da Piazzetta Cuccia) è un chiaro player nel campo assicurativo, ma per quanto riguarda il risparmio gestito in Italia le sue dimensioni non sono diverse da quelle di Banco Bpm. La possibilità con Mps potrà accelerare il collocamento di prodotti assicurativi, ma ancora una volta non dimentichiamoci che il primo player in Italia è Intesa Sanpaolo e non Generali».
Circa una possibile alleanza con Trieste nel risparmio gestito dopo il recente divorzio da Natixis, Messina si è detto cauto: «Siamo sempre stati interessati a crescere nell'asset management, ma nell’asset management bancario.. Quello assicurativo è un'altra cosa. Inoltre noi se facciamo delle operazioni le facciamo per avere un controllo pieno e per comandare», ha ribadito il ceo. Un riferimento agli equilibri di governance nella eventuale joint venture tra la banca e il Leone.
Nemmeno preoccupa il banchiere l’ipotesi (sinora smentita) di un rafforzamento di Unicredit nel capitale di Generali che da qualche giorno circola sul mercato: «Per noi, non cambia niente. Qualunque operazione dovesse venire realizzata in Italia per noi non cambia nulla».
Il piano prevede crescita della clientela (+2,5 milioni), degli impieghi (+46 miliardi) e del nuovo credito (+76 miliardi), delle attività finanziarie (+200 miliardi), del risparmio gestito (+101 miliardi) e dei premi assicurativi danni (+0,7 miliardi). La rete di consulenza crescerà di circa 3.700 persone, a 22.250 unità.
La sostenibilità di questa politica poggia su una crescita attesa della redditività. L’utile netto è previsto salire progressivamente fino a oltre 11,5 miliardi nel 2029, con un Roe al 22% e un Rote al 27%.
I costi operativi scenderanno a 11,3 miliardi nel 2029 da 11,5 miliardi nel 2025, con cost/income al 36,8%. Gli investimenti ammontano a 5,1 miliardi, di cui 4,6 miliardi per tecnologia e crescita, e la piattaforma digitale isytech sarà completamente cloud-based entro il 2029, con risparmi stimati di 380 milioni.
I ricavi cresceranno principalmente grazie alle commissioni che risultano superiori al consenso e sono supportate dalle sinergie tra le divisioni. La forza distributiva crescerà con circa nuove 3.700 persone dedicate alla consulenza alla clientela, che porteranno la rete a 22.250 unità nel 2029. Il risparmio gestito salirà a 663 miliardi (+4,2% annuo) e le attività finanziarie della clientela a 1.651 miliardi.
I proventi operativi netti aumenteranno a 30,7 miliardi nel 2029 da 27,3 miliardi nel 2025, con commissioni nette a 11,6 miliardi (+3,8% annuo) e risultato assicurativo a 2 miliardi (+3%), incidendo per il 44% sui ricavi totali. Gli interessi netti cresceranno a 16,3 miliardi da 14,8 miliardi (+2,4%), sostenuti da crediti alla clientela in aumento a 471 miliardi (+2,6%).
Il rischio resta contenuto, con costo del credito tra 25 e 30 punti base annui, crediti deteriorati sotto l’1% e origination di qualità. La patrimonializzazione è stabile, con Cet1 al 13,2% e leverage al 5,6%. La liquidità rimane prudente, con lcr al 130% e nsfr al 115%, mentre il piano di funding prevede emissioni wholesale per 31 miliardi con rischio molto basso.
Il piano punta anche alla crescita del Wealth Management e Protection & Advisory e al supporto alla transizione sostenibile, con il lancio di Isywealth Europe per l’espansione internazionale. Lo scenario macroeconomico assume una crescita media annua del Pil reale italiano dello 0,7% e del 2,5% nei Paesi esteri, con Euribor a un mese medio annuo pari a 1,95% tra il 2026 e il 2029.
Accanto agli obiettivi finanziari, il piano prevede investimenti nelle persone e conferma il posizionamento del gruppo sul fronte dell’impatto sociale, con il supporto alla transizione sostenibile della clientela e un contributo aggiuntivo di 1 miliardo tra il 2026 e il 2029 per il contrasto alla povertà e la riduzione delle disuguaglianze.
Secondo gli analisti di Citi nel piano «ci sono elementi sia per i rialzisti sia per i ribassisti». I punti di forza per i rialzisti sono un buyback migliore del previsto, un payout più elevato e assunzioni macro conservative; per i ribassisti, un quarto trimestre del 2025 sotto le attese, un buyback posticipato e target «allineati in modo approssimativo» con il consenso.
Per Equita i risultati del quarto trimestre 2024 sono stati «migliori delle attese a livello operativo, ma inferiori a livello di pre-tasse e più alti
in termini di bottom line grazie a beneficio fiscale. Come atteso, il trimestre è stato impattato da accantonamenti e oneri di integrazione, con Intesa che ha adottato margini di prudenza in vista del nuovo orizzonte di piano. In ogni caso la banca ha chiuso il 2025 con un utile netto di 9,3 miliardi,
conseguendo la guidance indicata dalla società». (riproduzione riservata)