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Intesa Sanpaolo, i soci dicono sì all’aumento per l’opas Mps. Messina rassicura Siena e Generali: tuteleremo identità e indipendenza
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Intesa Sanpaolo, i soci dicono sì all’aumento per l’opas Mps. Messina rassicura Siena e Generali: tuteleremo identità e indipendenza

10 settembre 2026, 12:27 Ultimo aggiornamento: 14:28

Al voto, tramite il rappresentante designato, hanno partecipato 4.889 soci, rappresentativi del 63,9% del capitale. Sì al 96,96%

I soci di Intesa Sanpaolo danno il via libera con una maggioranza quasi bulgara all’aumento di capitale finalizzato all’opas su Mps. Giovedì 10 a Torino l’assemblea straordinaria ha approvato l’operazione con il 96,96% dei voti favorevoli, su un capitale votante pari al 63,9%. All’assise hanno partecipato, attraverso il rappresentante designato, 4.889 soci.

Il risultato consegna al vertice della banca un mandato ampio su uno dei passaggi centrali dell’operazione Mps e, per le modifiche statutarie approvate sono stati già rilasciati i prescritti provvedimenti dell’autorità di vigilanza, che ha anche autorizzato la computabilità nel Cet1 delle azioni che saranno emesse nell’ambito dell’aumento di capitale a servizio dell’offerta. Il voto assume un peso particolare alla luce della struttura dell’azionariato di Intesa. La banca presenta infatti una base proprietaria fortemente internazionalizzata, nella quale il ruolo dei grandi fondi esteri è determinante.

Il piano di Messina 

Al termine dei lavoro il consigliere delegato Carlo Messina ha rivolto un messaggio scritto ai soci e al mercato: «L’approvazione dell’aumento di capitale rappresenta un passaggio fondamentale per realizzare l’operazione annunciata lo scorso giugno nei confronti del Monte dei Paschi di Siena e costruire un Gruppo ancora più forte», afferma Messina. Intesa, sottolinea, parte «da una posizione di grande forza» e considera l’integrazione con Mps «l’acceleratore di una strategia di crescita che sta già producendo risultati importanti».

La dimensione dell’ambizione è fissata dai numeri: nel 2029 il gruppo punta a oltre 27 milioni di clienti, circa 2.000 miliardi di attività finanziarie della clientela e più di 16 miliardi di utile netto, con circa 61 miliardi di distribuzioni agli azionisti nel periodo 2025-2029. Il programma passa anzitutto da Siena. «Vogliamo preservare e valorizzare questa identità e il legame con Siena all’interno di un progetto industriale più ampio, più solido e con maggiori possibilità di crescita», assicura Messina. In caso di successo dell’opas, è previsto «il successivo coinvolgimento di Unipol per la creazione del secondo gruppo bancario nel nostro Paese, con una forte base azionaria italiana, il mantenimento del marchio Mps e della sede centrale a Rocca Salimbeni».

I progetti per Mediobanca e Generali

Un capitolo specifico riguarda Mediobanca. Messina ne indica come asset «le competenze, il posizionamento nel Corporate & Investment Banking e nel Wealth Management, la qualità delle sue persone e delle relazioni con la clientela», da affiancare alle attività di IMI Corporate & Investment Banking. L’obiettivo è «valorizzarne il marchio, le professionalità e le capacità distintive all’interno di un Gruppo con maggiore scala e ruolo europeo».

Diversa la logica su Trieste. «L’operazione prevede l’acquisizione di una quota azionaria di Generali, in un’ottica puramente finanziaria», precisa Messina. La presenza di Intesa nel capitale del Leone rappresenterà «un significativo valore, sotto il profilo della stabilità dell’azionariato e dell’indipendenza di Generali».

Nel disegno entra anche il capitale umano: sono previste circa 13.100 nuove assunzioni entro il 2029. Messina rivendica inoltre l’esperienza maturata con Ubi e punta sulla squadra manageriale di Intesa per governare l’integrazione. «L’offerta annunciata a giugno e il voto di oggi sono tappe concrete di un percorso che intendiamo portare avanti con determinazione». Ora, conclude, si aprono «le prossime fasi dell’operazione», con l’obiettivo di costruire «un gruppo ancora più forte, capace di creare valore per l’Italia e di avere un ruolo sempre più importante in Europa».

Il verdetto dei grandi fondi

Gli investitori istituzionali esteri rappresentano il 58,40% dell’azionariato di Intesa Sanpaolo, una quota nettamente superiore a quella di tutte le altre categorie. Le fondazioni ex bancarie detengono il 19,88%, gli azionisti retail il 14,40% e gli investitori istituzionali italiani il 6,24%. Le quote residue sono rappresentate per lo 0,90% da segnalazioni nominative non disponibili, per lo 0,12% da altri investitori italiani e per lo 0,06% da azioni proprie.

All’interno della componente internazionale, BlackRock detiene circa il 5,1% di Intesa, Vanguard il 3,6%, Amundi l’1,7%, mentre Fidelity supera di poco l’1% e Ubs Asset Management è intorno allo 0,9%. Fondi comuni ed Etf rappresentano complessivamente circa il 28% del capitale, cui si aggiunge un ulteriore 11% riconducibile ad altri investitori istituzionali. Con una quota così elevata del capitale nelle mani di investitori istituzionali esteri, l’approvazione implica un sostegno molto ampio anche da parte dei grandi gestori internazionali, chiamati a valutare la convenienza industriale e finanziaria dell’operazione Mps.

Accanto ai fondi è stato centrale il blocco delle fondazioni, che continua a rappresentare il principale nucleo stabile dell’azionariato italiano. Compagnia di San Paolo detiene il 6,48% del capitale, Fondazione Cariplo il 5,4%, mentre Cariparo, Carifirenze, Carisbo e CariCuneo possiedono partecipazioni comprese tra poco più dell’1% e l’1,8%. Un sostegno rimarcato mercoledì 9 dal presidente di Compagnia Marco Gilli che ha definito l'aggregazione con Mps un'operazione «nell'interesse non solo dell'Italia ma anche dell'Europa». In caso di successo dell’operazione  con adesione al 100% il peso degli enti (oggi al 19,88%) si ridurrebbe: la torinese Compagnia di Sanpaolo si ridurrebbe dal 6,52% al 5,1%, la lombarda Cariplo dal 5,43% al 4,24%, Fondazione Carifirenze e Fondazione Cariparo dall’1,83% all’1,43%, Fondazione Carisbo dall’1,2% allo 0,93% e Fondazione Caricuneo dall’1,1% allo 0,86%.

Sinergie, utili e target al 2029

Le condizioni economiche del deal sono il principale elemento di consenso. Al centro del progetto di Intesa ci sono 2,9 miliardi di sinergie annue ante imposte, di cui 1,5 miliardi sul fronte dei costi e 1,4 miliardi derivanti da maggiori ricavi. A regime, nel 2029, il nuovo gruppo punta a superare i 16 miliardi di utile netto. Si tratta di circa 4,5 miliardi in più rispetto agli obiettivi autonomi delle due banche, un incremento che costituisce uno dei principali elementi economici su cui si fonda la logica dell’operazione. Sempre nel 2029 il Roe è atteso sopra il 20%, mentre il Cet1 dovrebbe mantenersi oltre il 14%.

Agli azionisti il consigliere delegato Carlo Messina ha inoltre prospettato distribuzioni complessive per 61 miliardi di euro nel quinquennio 2025-2029 attraverso dividendi e buyback. Il valore è superiore di 11 miliardi rispetto a quanto previsto nello scenario stand alone e rappresenta uno degli argomenti più rilevanti sotto il profilo della remunerazione del capitale.

Il quadro presentato agli investitori punta dunque a combinare crescita degli utili, sinergie industriali, solidità patrimoniale e maggiore capacità distributiva. Ed è proprio su questo insieme di obiettivi che il voto assembleare fornisce un’indicazione significativa. (riproduzione riservata)



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