A Piazza Affari il rapporto prezzo/utile 2025 delle società con una capitalizzazione sopra 1,2 miliardi è di 12,5 volte, che scende a 8,7 per le pmi con un valore di mercato inferiore ai 150 milioni. Queste ultime, di conseguenza, viaggiano a sconto di oltre il 30%. Ecco perché l’arrivo concreto del Fondo Nazionale Strategico Indiretto è così importante.
Servirà a ridurre l’ampio sconto fra le due tipologie di società quotate riportando interesse e liquidità sulle pmi. È quanto nota un report di Intermonte sul veicolo a capitale misto pubblico (49%)-privato (51%) che parte dall’iniziativa d Cdp Equity, un veicolo pensato per investire nelle pmi quotate, in crisi di liquidità e scambi da qualche anno. Un fondo di fondi (umbrella fund) coordinato dal Mef che co-investe insieme a una decina di veicoli creati da privati. Il primo, come ha scritto MF-Milano Finanza, è quello di Intesa Sanpaolo che ha avuto il via libera di Consob a settembre.
Entro fine anno, come già riportato, altri operatori sono attesi presentare i loro veicoli per poter iniziare a investire a loro volta nelle piccole e medie imprese di Piazza Affari. Nel frattempo, Cdp ha allungato di sei mesi, fino a giugno 2026, il termine di lancio di nuovi fondi su richiesta degli operatori più piccoli, che hanno bisogno di tempo per portare a conclusione la raccolta.
Alberto Villa, Responsabile Equity Research di Intermonte, si aspetta che «cinque fondi possano essere approvati entro la fine del 2025 per raggiungere l’obiettivo di dieci operatori con fondi approvati e pronti alla raccolta entro il primo semestre del 2026. Queste indicazioni confermano l’interesse in questo progetto da parte dei principali istituti finanziari e operatori del risparmio gestito».
L’eventuale adesione da parte di alcuni family office al Fnsi «potrebbe rappresentare un elemento di upside rispetto a questa stima». I fondi, ricorda la Sim milanese, una volta che si saranno costituiti entro il termine previsto di giugno 2026, avranno comunque spazio fino a dicembre 2027 per aumentare la raccolta, «che stimiamo possa arrivare fino a 1 miliardo», rispetto all’obiettivo minimo di 700 milioni.
La decina di fondi che si verrà a creare ha il mandato di investire nei titoli azionari con una quota prevalente di almeno il 70% destinato a società quotate fuori dal Ftse Mib e ad esclusione del settore finanziario. L’orizzonte di investimento è di medio-lungo periodo (5/7 anni) e il termine ultimo per la liquidazione del fondo, la fine del 2032.
I benefici che il Fnsi può avere sul mercato italiano, ragiona Villa, «sono legati alla creazione di un contesto più favorevole per il settore mid- small cap dal lato sia della domanda che dell’offerta dopo la rarefazione della liquidità e i deflussi legati alla fuoriuscita di capitali dai fondi Pir. Iniziative come quella del Fnsi rispondono all’esigenza di aumentare la platea di investitori con orizzonti di investimento di lungo periodo e che possano agire anche da anchor investor nelle ipo, con il settore mid-small caps attualmente in sofferenza anche per il numero preoccupante di delisting». (riproduzione riservata)