Per diversi mesi i banchieri centrali Bce hanno detto di volere acquisire «più fiducia» sul ritorno dell’inflazione al 2%, come precondizione per procedere con i tagli dei tassi. Gli ultimi dati economici sono andati in questa direzione. L’inflazione nell’Eurozona è tornata al 2,2%, ai minimi da luglio 2021 e a un passo dall’obiettivo del 2%, dopo aver raggiunto un picco del 10,6% a ottobre 2022 a causa di pandemia e guerra. Non tutti i dubbi sul carovita sono dissipati, ma il percorso di disinflazione sembra indirizzato verso la fine.
Il taglio dei tassi di 25 punti base a settembre appare una decisione «semplice», come ha detto il governatore portoghese Mario Centeno. Quello francese, François Villeroy de Galhau, ha detto che la riduzione dei tassi sarebbe «giusta e saggia». Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia, ha osservato nei giorni scorsi che è «ragionevole aspettarsi che si vada verso un allentamento delle condizioni monetarie».
La discussione tra banchieri centrali appare così soprattutto mirata alla riduzione dei tassi a ottobre, considerata probabile al 50% dai mercati. I falchi del consiglio direttivo Bce preferirebbero più lentezza con manovre ogni tre mesi (quindi la successiva sarebbe a dicembre), in corrispondenza delle nuove previsioni macro. Anche gli economisti delle banche d’affari per ora in maggioranza si aspettano tagli a settembre e dicembre. La presidente Bce Christine Lagarde dovrebbe così annunciare il taglio dei tassi dopo la riunione del 12 settembre, ma senza sbilanciarsi su ottobre, in attesa dei dati economici che arriveranno nei prossimi mesi.
Il calo dell’inflazione di agosto al 2,2% è legato alla discesa dei prezzi dell’energia. Il confronto con i valori dell’anno scorso potrebbe portare invece a un rialzo del carovita a fine anno, secondo gli analisti. L’obiettivo del 2%, secondo le attese della Bce, sarà raggiunto in modo stabile nella seconda metà del 2025. L’inflazione core, cioè al netto di energia e cibo, è scesa anche ad agosto, sebbene a ritmi inferiori (al 2,8%, dal 2,9% di luglio).
I maggiori timori riguardano i servizi. Nel comparto i prezzi sono aumentati del 4,2%, rispetto al 4% di luglio. Ad agosto, secondo gli economisti, ha pesato in questo ambito l’impatto delle Olimpiadi a Parigi: lo si deduce dal rialzo dei prezzi per hotel e trasporti in Francia. Questo effetto svanirebbe perciò nei prossimi mesi. Il dato nei servizi inoltre potrebbe adeguarsi in ritardo rispetto all’inflazione complessiva (headline), come accaduto anche nella fase di rialzo. I falchi temono però che possa accadere l’inverso, ovvero che i servizi tengano alto il valore headline.
L’evoluzione di inflazione core e servizi sarà legata all’andamento dei salari. Su questo fronte gli ultimi dati hanno dato indicazioni rassicuranti: l’aumento degli stipendi nell’Eurozona è sceso al 3,6% nel secondo trimestre, dal 4,7% del primo. I salari stanno tornando in linea con l’obiettivo di inflazione. Il capoeconomista Philip Lane ha ricordato che quest’anno c’è stato il maggior numero di rinnovi contrattuali, di conseguenza nei prossimi anni si ridurrà in modo significativo la pressione dei salari sull’inflazione.
Il fronte dei falchi, guidato dal membro del board Isabel Schnabel e dal presidente della Bundesbank Joachim Nagel, ritiene tuttavia che non si possano escludere nuovi rialzi significativi negli stipendi. Schnabel ha riconosciuto che ci sono ora «minori rischi» di un aumento dell’inflazione a causa del taglio dei tassi, ma ha anche precisato che occorre «cautela» nelle riduzioni perché le proiezioni Bce sono fondate su alcune «ipotesi» da verificare. Per il membro tedesco del board, la prudenza dovrà aumentare quanto più i tassi si avvicineranno al livello neutrale.
Sulla stessa linea Nagel ha sottolineato: «Un tempestivo ritorno alla stabilità dei prezzi non può essere dato per scontato. Perciò non dobbiamo abbassare i tassi troppo rapidamente». I banchieri centrali tedeschi restano focalizzati sui rischi di inflazione più che su quelli per la crescita: per Schnabel «un atterraggio morbido dell’economia appare ancora più probabile di una recessione».
Il pil dell’Eurozona è però di fatto fermo da fine 2022. La crescita è stata dello 0,3% nel secondo trimestre. Le prospettive mostrate dagli indici anticipatori sono negative. Gli Usa nel frattempo crescono a un ritmo annualizzato del 3%. Nell’Eurozona il credito e gli investimenti restano fiacchi.
In questa fase i rischi per il pil europeo appaiono crescenti, al contrario di quelli sull’inflazione. Tassi troppo alti per troppo tempo, come ha osservato Lane, rischiano di causare un danno necessario all’economia e di spingere l’inflazione sotto l’obiettivo del 2%. Secondo gli osservatori è possibile, tuttavia, che il consiglio direttivo mantenga un orientamento asimmetrico, cioè più preoccupato per l’inflazione sopra il 2% rispetto a quella sotto la soglia (al contrario di quanto prevede la strategia Bce). Anche la crescita dell’Eurozona potrebbe risentirne.
Villeroy, di recente preoccupato per il pil francese, ha osservato che se la Bce aspettasse di raggiungere il 2% per tagliare i tassi agirebbe troppo tardi e correrebbe il rischio di un undershooting sull’inflazione. Il governatore di Parigi ritiene «ragionevoli» le aspettative dei mercati che i tassi scendano al 2%-2,5% l’anno prossimo.
Negli Usa intanto il presidente della Fed Jerome Powell ha già di fatto annunciato il taglio di settembre, che potrebbe essere persino di 50 punti base. Negli Stati Uniti la crescita è più forte e l’inflazione è più alta (2,5% secondo l’indice Pce) rispetto all’Eurozona. Eppure i mercati si aspettano più tagli della Fed (per 100 punti base entro fine anno e 200 entro luglio) rispetto a quelli della Bce (per 65 e 140 punti base rispettivamente). Un allentamento più rapido della banca centrale Usa potrebbe contribuire ad ampliare ulteriormente il divario nella crescita tra Stati Uniti ed Eurozona. (riproduzione riservata)