Il rapporto sulla competitività di Mario Draghi evidenzia che le famiglie europee hanno risparmiato 1.390 miliardi di euro soltanto nel 2022, mentre negli Usa questo valore si è fermato a 840 miliardi di dollari. Non è quindi l’assenza di risorse che impedisce maggiori investimenti in Europa. Il problema è la difficoltà a convogliare l’ingente risparmio Ue verso l’economia. Di conseguenza le imprese hanno minori margini per innovare. Inoltre le famiglie hanno minori occasioni per ottenere rendimenti: negli Usa la ricchezza dei risparmiatori è aumentata del 151% dal 2009, mentre in Europa del 55% nonostante il maggiore tasso di risparmio.
Draghi ha così analizzato le cause dei bassi investimenti. Innanzitutto il mercato dei capitali rimane frammentato tra Paesi. In questo ambito il rapporto propone di rafforzare i poteri dell’Esma (sul modello della Bce), di creare un’unica cassa di compensazione per gli scambi e di incoraggiare l’adesione dei risparmiatori ai fondi pensione come è stato fatto in Olanda, Danimarca e Svezia.
Inoltre, osserva il documento, l’Ue si affida eccessivamente ai finanziamenti bancari, che sono «meno adatti a finanziare progetti innovativi e devono affrontare diversi vincoli». Le banche hanno meno esperienza nell’innovazione rispetto a venture capital e private equity e hanno una minore redditività rispetto ai gruppi Usa: JpMorgan da sola capitalizza più delle dieci maggiori banche europee.
Riguardo al settore finanziario, Draghi suggerisce uno sconto dei requisiti di capitale per le cartolarizzazioni più semplici, una valutazione per capire l’impatto sulla competitività Ue della regolamentazione bancaria (anche alla luce di Basilea 3) e la creazione di una giurisdizione separata per le banche europee con significative attività transfrontaliere.
C’è poi la questione delle risorse comuni europee. Il bilancio Ue, richiamato ieri dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, secondo Draghi è troppo piccolo (1% del pil Ue) e frammentato tra 50 programmi. Inoltre è troppo focalizzato su coesione e agricoltura ed è troppo prudente perché si concentra su investimenti a basso rischio. L’ex presidente Bce perciò propone di ridurre e riorentare i programmi del bilancio, di aumentare le garanzie di InvestEu e di indirizzare la Bei verso investimenti più rischiosi.
Tutte queste proposte, tuttavia, rischiano di avere impatto limitato senza la nascita di safe asset europei. In tal senso Draghi ricorda che i titoli comuni darebbero slancio all’Unione dei mercati di capitale perché offrirebbero un benchmark per corporate bond e derivati e sarebbero un collaterale sicuro nelle transazioni. Inoltre i safe asset attrarrebbero investitori da tutto il mondo (rafforzando anche il ruolo internazionale dell’euro) e fornirebbero ai risparmiatori retail un’attività sicura e liquida riducendo la concentrazione in singoli Paesi.
I titoli comuni permetterebbero poi, secondo il rapporto, di massimizzare la produttività e di finanziare beni europei. Il punto di partenza è NextGenEu, varato per la pandemia. «Le attuali circostanze sono ugualmente serie, anche se meno drammatiche», osserva l’analisi. Il programma dovrà essere ripagato per 30 miliardi all’anno dal 2028. Draghi suggerisce di considerare il rinvio dei pagamenti. Inoltre spinge per un NextGenEu più sistematico, sebbene comunque legato a «progetti specifici», che dovrebbe essere accompagnato da «regole fiscali più dure» e «una traiettoria più sostenibile dei debiti». Per realizzare le proposte del rapporto servirà ora una forte spinta politica, soprattutto da parte della Germania. In caso contrario l’Europa si avvierà verso la «lenta agonia» menzionata da Draghi. (riproduzione riservata)