A bocce ferme, anche se di fermo c’è ben poco nell’incostante guerriglia dei dazi, la promessa età dell’oro sconta un vagheggiamento irrealizzabile: la riduzione di un debito pubblico sempre più insostenibile. In un quarto di secolo, dai conti in attivo del 2001 (presidenza Clinton) agli ultimi sconti fiscali della presidenza attuale (di mezzo, fra le altre, bolla informatica, 11 settembre, guerre all’estero, subprime, crisi bancarie e Covid), il debito Usa è esploso a 37 mila miliardi di dollari con un costo per interessi di circa mille miliardi annui (e un rapporto debito/pil dal 53% del 2001 al 121% del 2024, che potrebbe crescere di 30 punti in un decennio come annota Jared Bernstein sul Nyt del 10 luglio).
Il congegno cigola: nelle aste di agosto i Treasury triennali sono stati acquistati da investitori esteri per il 54% (percentuale più bassa dall’ultimo anno), mentre sui lucrosi titoli Usa si sono avventati gli investitori istituzionali interni (per primi fondi pensione e assicurazioni). Sicché, a oggi, gli Usa registrano il record del maggior rifinanziamento a breve fra i 38 Paesi Ocse, pari a un terzo del Pil nel 2024. Nel frattempo, è in discussione la modifica della Supplementary leverage ratio (Slr) – rapporto fra capitale e attivi delle banche – con l’eliminazione dei Treasury dagli attivi. Assicurarsi sul debito Usa costa più che farlo sul debito italiano: 54 contro 53 punti di cds. Da qui tre considerazioni.
La prima: sempre che la Corte Suprema li convalidi, i dazi non sono che gocce nel mare, ma avvelenate. Sono gocce, perché i circa 152 miliardi sin qui dichiaratamente incassati nel volgere di quattro mesi (il doppio di quelli riscossi nello stesso periodo del 2024) apporterebbero, su base annua e rispetto al passato, poco meno o poco più di 300 miliardi che coprirebbero meno di un terzo dei soli interessi sul debito.
Ma sono gocce avvelenate perché le ricadute sui consumatori (2.400 dollari a famiglia secondo le proiezioni del Budget Lab di Yale) si avvertiranno a breve (nel volgere di otto mesi secondo gli analisti dei grandi player bancari), quando le scorte pregresse si esauriranno. L’innesco inflazionistico sarà inevitabile, la riduzione dei tassi improponibile se non a patto di allargare smisuratamente il primo.
Seconda: l’incipiente allontanamento degli investitori esteri dai titoli statunitensi e l’affanno degli investitori istituzionali esprimono, rispettivamente, una nascente sfiducia nel debito Usa (non aliena dal timore che il dollaro perda la sua primazia monetaria) e un intenso appetito di rendimento.
Combinati, i due fattori non potrebbero che far salire i tassi e gonfiare il debito a breve e a lungo termine. Non a caso, fra gennaio e agosto lo spread fra Treasury biennali e trentennali è schizzato da 57,3 a 116 punti base.
Terza considerazione. L’attuazione della modifica della Slr permetterebbe alle banche di acquistare debito senza limiti e un «incoraggiamento» dall’alto non rimarrebbe inascoltato. L’alterazione della leva potrebbe dar fiato ai mercati provocando, però, il recepimento nei bilanci bancari del rischio del debito pubblico che i cds prezzano in modo tanto inatteso quanto significativo.
Dazi, bitcoin, stablecoin e imposizioni varie non porteranno alla risoluzione del problema, ma nel tempo impoveriranno il mercato interno (i 75 mila posti di lavoro attesi in agosto si sono fermati a 22 mila), eroderanno il potere di acquisto, agiteranno le borse con esiti imprevedibili, perpetuando quello stato di incertezza e instabilità che dura da aprile e che a inizio luglio spinse Moody’s a tagliare i rating sovrani mondiali, riducendo la stima di crescita del Pil dall’1,3% all’1% in Europa e dimezzando quella nordamericana dal 2% all’1%.
Il neo-protezionismo danneggerà i suoi demiurghi e il loro popolo, fino a quando, fra non molto, gli stessi americani imporranno in qualche modo una retromarcia: la tattica negoziale diverrà strategia strutturale, anzi rimedio inevitabile.
*Studio Ghidini, Girino & Associati