Innalzare le soglie di possesso azionario che fanno scattare l’obbligo di un’offerta pubblica di acquisto sulle società quotate. Sarebbe questa la valutazione allo studio del governo Meloni, secondo un’esclusiva dell’agenzia di stampa Reuters.
L’agenzia di stampa, che cita tre fonti vicine alla situazione, l’esecutivo potrebbe modificare le due soglie che fanno scattare un’opa obbligatoria. Allo stato attuale, nelle società più grandi un azionista che superi il 25% (in assenza di un altro azionista che abbia una quota più alta) deve lanciare un’offerta obbligatoria.
L’idea del governo sarebbe quella di rivedere al rialzo la soglia del 25%, anche se la mossa non appare imminente secondo una delle fonti. Per le società medie e piccole, con una capitalizzazione inferiore a 1 miliardo di euro, la soglia è invece fissata al 30%.
Dal suo insediamento, nel 2022, la premier Giorgia Meloni, ha adottato iniziative finalizzate ad aiutare gli azionisti stabili ad avere una presa solida sulle società quotate, soprattutto dopo che la borsa di Milano ha perso una serie di aziende importanti.
L’innalzamento della soglia d’opa avrebbe implicazioni per grandi società quotate come Telecom Italia, nella quale Poste Italiane sta per diventare primo azionista con il 24,8%. Una soglia più alta consentirebbe alla società guidata da Matteo Del Fante di acquistare ulteriori azioni Tim senza far scattare l’obbligo di scalare la società, rafforzando la sua presa sulla società nel caso di un qualsiasi deal m&a, spiega una delle fonti.
Ma l’obiettivo principale del governo Meloni è trovare modi per rilanciare Piazza Affari. Con una inversione a U rispetto a decenni di politiche tese a rendere più semplici i takeover, osserva Reuters, Meloni sta provando a incoraggiare gli imprenditori italiani a quotare le proprie società senza il timore di perderne il controllo.
Dall’altro lato i fondi, soprattutto i grandi fondi stranieri, chiedono norme che prevengano una concentrazione dei poteri nelle mani di pochi. Una legge varata lo scorso anno che ha reso più complicato l’iter di presentazione ed elezione di liste per il rinnovo dei board da parte dei cda uscenti, dando quindi più voce in capitolo agli azionisti stabili, ha sollevato critiche e preoccupazioni da parte di numerosi rappresentanti del settore finanziario italiano. (riproduzione riservata)