L’Asia si muove cauta, martedì 22 aprile. Alle ore 7:20 italiane il Nikkei cede lo 0,15%, Hong Kong è sulla parità, Shanghai guadagna lo 0,3% nonostante un altro selloff a Wall Street appesantito dai dazi e questa volta soprattutto dallo scontro fra il presidente Donald Trump e Jerome Powell. Il primo chiede il taglio dei tassi e poiché non lo ottiene nei tempi desiderati, minaccia di rimuovere il governatore della Fed. Intanto l’euro continua a salire sul dollaro (+0,15% a 1,1534) e prosegue il selloff sui T bond, il cui rendimento passa in Asia dal 4,42% al 4,436% (il rendimento si muove in direzione opposta al prezzo). I futures sul Nasdaq sono per ora positivi per lo 0,4%.
Nel corso delle prime due settimane di aprile, gli investitori giapponesi hanno venduto oltre 20 miliardi di dollari in obbligazioni estere, in seguito al forte impatto sui mercati causato dai nuovi dazi annunciati dal presidente Usa, Trump. La decisione ha provocato una significativa ondata di volatilità, con riflessi anche fuori dagli Stati Uniti.
Secondo i dati preliminari del Ministero delle Finanze del Giappone, le istituzioni private (banche e fondi pensione inclusi) hanno ceduto 17,5 miliardi di dollari in obbligazioni estere a lunga scadenza nella settimana conclusa il 4 aprile, seguiti da ulteriori 3,6 miliardi la settimana successiva. Si tratta di uno dei maggiori deflussi in un arco di due settimane da quando sono iniziate le rilevazioni nel 2005, riporta l’FT.
Il Giappone detiene circa 1.100 miliardi di dollari in titoli del Tesoro statunitense, rendendolo il maggiore creditore estero degli Stati Uniti. I movimenti di portafoglio delle istituzioni giapponesi sono quindi monitorati attentamente e spesso considerati un indicatore del sentiment globale verso il debito pubblico americano.
Il 2 aprile, l’annuncio da parte di Trump di nuove tariffe commerciali ha scosso i mercati finanziari: l’indice S&P 500 ha perso il 12% in quattro sedute. Contestualmente, anche i Treasury hanno subito forti vendite, con i rendimenti dei titoli decennali in netto rialzo — il movimento più marcato dal 2001.
Il report del ministero giapponese non specifica la natura esatta delle obbligazioni cedute, ma secondo Nomura, gran parte delle vendite ha probabilmente riguardato Treasury o titoli garantiti da agenzie federali statunitensi (come i mortgage-backed securities).
Alcuni analisti indicano che le vendite giapponesi potrebbero essere legate a operazioni di ribilanciamento da parte dei fondi pensione, la cui esposizione a titoli e azioni Usa si è squilibrata dopo il calo dei mercati statunitensi. Anche banche e assicurazioni potrebbero aver ridotto la loro esposizione al rischio dei tassi.
Le turbolenze non si sono limitate agli investitori giapponesi: anche fondi hedge e gestori americani hanno ridotto le loro posizioni. Inoltre, parte delle vendite nipponiche potrebbe essere dovuta alla chiusura di carry trade, operazioni in cui si prendono in prestito fondi in Giappone (a basso costo) per investire in mercati con rendimenti più alti.
Secondo Stefan Angrick, economista di Moody’s Analytics, sebbene i volumi venduti siano notevoli in termini assoluti, rappresentano solo una piccola frazione del mercato dei Treasury Usa, che registra scambi per circa 1.000 miliardi di dollari al giorno. «In termini obbligazionari, sono appena un’increspatura», ha spiegato l’esperto. (riproduzione riservata)