«Non è vero che il costo delle spese di rappresentanza del Garante ammonta a 400 mila euro» o che costi 50 milioni anno, con stipendi che toccano quota 250 mila euro, «si tratta di dati che esprimono una palese mistificazione, sia metodologica che contenutistica». Lo precisa il Garante per la Protezione dei Dati Personali, alla luce di «recenti notizie divulgate su stampa e televisioni che rendono non più procrastinabili alcuni, necessari, chiarimenti, finalizzati a ribadire, nella verità della rappresentazione, l’efficienza amministrativa dell’Autorità».
Certo «fare inchieste giornalistiche sul funzionamento di un’Autorità amministrativa indipendente come il Garante per la protezione dei dati personali rappresenta un elemento centrale nella vita democratica» riconosce l’Authority, aggiungendo però che «è indispensabile siano svolte senza pregiudizi e con l’obiettività necessaria a garantire all’opinione pubblica un’informazione corretta e attendibile».
Entrando nel vivo della questione, come tutte le autorità indipendenti, il Garante «non è un’azienda di servizi, ma un’amministrazione pubblica: il pagamento degli stipendi e delle indennità, dovute per legge e disciplinate dalla legge, è in perfetta linea con analoghi dati rinvenibili per l’Antitrust (84%) e per l’Agcom (76%)», scrive ancora l’autorità guidata da Pasquale Stanzione. Il limite dello stipendio, come per tutti i dipendenti pubblici, è «pari alla retribuzione in godimento al primo Presidente della Corte di Cassazione». E si tratta, conclude il Garante, del compenso previsto per i componenti di tutte le principali autorità amministrative indipendenti: Agcm, Agcom, l’Autorità di regolazione dei trasporti, Arera, Ivass e Consob. (riproduzione riservata)