Mario Draghi è tornato al Senato dopo tre anni dalla caduta del suo governo. Ci è rimasto due ore e mezza per presentare la versione più aggiornata del suo Rapporto sulla Competitività (qui il documento ufficiale) a ben tre Commissioni: Affari Europee, Bilancio e Attività Produttive di Camera e Senato.
Nella Sala Koch l’ex premier ha parlato di tante cose: di dazi, del costo dell’energia, di intelligenza artificiale. Ma, soprattutto, ha parlato d’Europa. Di un Vecchio Continente che «oggi è più solo di quanto si possa credere», ha messo in guardia. E di una sicurezza «che vacilla, messa in dubbio», ha spiegato, «dal cambiamento nella politica estera del nostro maggior alleato rispetto alla Russia che, con l’invasione dell’Ucraina, ha dimostrato di essere una minaccia concreta per l’Unione Europa».
Ed è anche per questo che la prima necessità degli europei dovrebbe essere quella di agire come cittadini di un solo Stato. «È venuto il momento di pensare alla crescita interna», ha detto Draghi, puntando il dito contro le «soluzioni bilaterali» (quelle volute dai «nemici dell’Ue»).
«Gli Stati Uniti sono il nostro maggior partner commerciale, oltre il 20% delle nostre esportazioni è diretto lì. La costruzione di un muro tariffario, per forza di cose, ci porterà a dirottare queste esportazioni verso nuove destinazioni. Ma siamo sicuri che vogliamo mantenere questo gigantesco surplus commerciale con il resto del mondo? Non sarebbe piuttosto meglio sviluppare il nostro mercato interno?»
Nella lista di cose che, secondo l’ex governatore Bce, occorre sicuramente fare ci sono debito e difesa comune. Per Draghi, l’architrave del riarmo continentale passa inevitabilmente dall’emissione di debito comune e dal coinvolgimento di capitale privato. «Se l’Europa decidesse di creare la sua difesa e aumentare i propri investimenti superando l’attuale frazionamento» a trarne vantaggio sarebbero le industrie e l’economia (tra il 2020 e il 2024 l’Italia ha importato dagli Usa circa il 30% dei suoi apparati di difesa).
Ma la cifra che il piano ReArm Europe vorrebbe mobilitare per rafforzare la capacità europea di difendersi è ingente: 800 miliardi di euro. La stessa che Draghi (sei mesi fa) aveva ipotizzato come necessaria, ogni anno, per rilanciare la competitività del Vecchio Continente ma che «a fronte di questa nuova urgenza (la difesa, ndr) è destinata ad aumentare».
E come si trovano i fondi? Secondo Draghi «coinvolgendo di più il settore privato». È chiaro che «gli angusti spazi di bilancio non permetteranno a tutti gli Stati significative espansioni del deficit, né sono pensabili contrazioni nella spesa sociale e sanitaria». Per forza di cose, allora, bisognerà ricorrere al debito comune. «Occorre un’attività finanziaria comune, come i buoni del tesoro americani», ha precisto Draghi, «poi deve essere certa una quota di investimenti privati».
Tra i diversi temi toccati da Draghi per parlare di competitività c’è anche quello dell’energia. L’ex premier ha ricordato che «in Europa, tra settembre e febbraio, il prezzo del gas naturale all’ingrosso è aumentato in media di oltre il 40%, con punte di oltre il 65%, per poi attestarsi a +15% nell’ultima settimana».
Un problema «ancora più marcato in Italia, dove i prezzi dell’elettricità all’ingrosso nel 2024 sono stati in media superiori dell’87% rispetto a quelli francesi, del 70% rispetto a quelli spagnoli, e del 38% rispetto a quelli tedeschi. Nei prezzi finali ai consumatori incide anche la tassazione, in Italia tra le più elevate di Europa. Nel primo semestre del 2024, l’Italia risultava il secondo Paese europeo con il più alto livello di imposizione e prelievi non recuperabili per i consumatori elettrici non domestici». Ma una seria politica di rilancio della competitività europea, ha concluso, «deve porsi come primo obiettivo la riduzione delle bollette per imprese e famiglie». (riproduzione riservata)