Negli ultimi anni il credito alle Pmi italiane si è progressivamente ridotto. Tra il 2019 e marzo 2026, i finanziamenti sono diminuiti di 34 miliardi di euro, con una flessione del 25,9%, con un ulteriore -4,3% su base annua a marzo (Confartigianato). È un dato che impone una domanda diversa da quella, ormai ricorrente, sulla semplice disponibilità di credito.
Serve capire quale parte della domanda di finanziamento delle Pmi non riesca più a trovare una risposta economicamente sostenibile nei canali tradizionali. Nel primo semestre del 2025, secondo Banca d’Italia, la domanda di credito da parte delle imprese è aumentata in tutte le macro-aree italiane.
Il problema, quindi, non è trovare capitale ma rendere economicamente sostenibile analizzare, finanziare e monitorare una Pmi nel tempo. Qui entra in gioco la crescita dei canali alternativi. Il private debt italiano ha chiuso il 2025 con 6,8 miliardi di euro di investimenti, in crescita del 33% rispetto all’anno precedente, a sostegno di 172 società: un mercato forte che dimostra come esista una domanda di capitale per le imprese al di fuori del credito bancario tradizionale.
Ma la crescita del private debt non risolve automaticamente il problema delle Pmi. Una parte significativa del capitale continua infatti a concentrarsi sulle operazioni di maggiore dimensione. È una conseguenza quasi naturale della struttura dei costi.
Analizzare un’impresa, verificare i suoi dati, strutturare un finanziamento e seguirne l’andamento nel tempo richiede competenze e risorse che hanno una componente di costo fisso. Quel costo pesa relativamente poco su un’operazione di grandi dimensioni, molto di più su un finanziamento di importo contenuto.
È qui che si crea una delle principali inefficienze del mercato del credito alle Pmi. Un’impresa può essere sana, avere flussi di cassa positivi, un buon management e un progetto di crescita valido, ma rappresentare comunque un’operazione poco conveniente da istruire se il costo dell’analisi assorbe una quota eccessiva del margine potenziale. Il problema, dunque, non è necessariamente il rischio dell’impresa. Può essere il costo di arrivare a conoscerlo.
Ed è proprio su questo terreno che la digitalizzazione dell’istruttoria può smettere di essere un tema tecnologico e diventare una leva economica. L’obiettivo non è sostituire la valutazione del credito con un algoritmo, né prestare a imprese che non hanno i fondamentali per essere finanziate. Al contrario: è riuscire a fare un’analisi più ampia, più frequente e più rigorosa, riducendone il costo operativo.
Oggi è possibile integrare in un unico processo informazioni che fino a pochi anni fa richiedevano attività separate e fortemente manuali: bilanci, andamento in centrale rischi, flussi bancari attraverso PSD2, fatturazione elettronica, scoring creditizio ed Esg, verifiche legali.
Il passaggio importante non è semplicemente avere più dati, ma poterli leggere insieme e aggiornarli con continuità.
La differenza è sostanziale. Una valutazione basata prevalentemente sull’ultimo bilancio disponibile restituisce una fotografia necessariamente parziale. Un’analisi alimentata da dati aggiornati consente invece di osservare l’impresa come un organismo in movimento: come incassa, come paga, come cambia la liquidità, come evolve l’indebitamento e come reagisce alle variazioni del mercato.
Se questo processo riduce il costo dell’istruttoria e del monitoraggio, cambia anche la soglia minima alla quale diventa conveniente finanziare un’impresa. Non si tratta di prestare di più a prescindere, ma di rendere economicamente sostenibile prestare anche a ticket più piccoli, mantenendo lo stesso rigore nella valutazione.
In questo senso, la tecnologia può contribuire a colmare uno spazio tra il credito bancario tradizionale e i grandi finanziamenti del mercato privato. Non per sostituire la banca o il private debt, ma per ampliare la platea di imprese per le quali un’operazione di finanziamento può diventare conveniente.
C’è poi un secondo effetto, meno discusso ma altrettanto importante. Il debito è anche uno strumento di conoscenza. Finanziare un’impresa, seguirne i flussi mese dopo mese, osservare l’evoluzione del business e la capacità del management di utilizzare il capitale significa costruire nel tempo una conoscenza molto più profonda rispetto a quella ottenibile da una singola fotografia di bilancio.
Per un’economia come quella italiana, nella quale una parte rilevante della crescita passa dalla capacità delle Pmi di investire, consolidarsi e diventare più grandi, questa conoscenza ha un valore che va oltre il singolo finanziamento. Può rappresentare il primo passo di un rapporto di lungo periodo con l’impresa e, eventualmente, aprire in futuro anche a forme diverse di capitale.
Il credito alle Pmi, quindi, non è semplicemente una questione di quantità di denaro disponibile. È anche una questione di costo, velocità e qualità dell’informazione con cui quel denaro viene allocato. Non tornerà ai livelli di qualche anno fa semplicemente per effetto di un decreto o di una riduzione dei tassi.
Ma può tornare a crescere se saremo capaci di cambiare l’economia del processo con cui le imprese vengono valutate. Perché, alla fine, il capitale non manca necessariamente. A volte manca un modo economicamente sostenibile per portarlo fino all’impresa giusta. (riproduzione riservata)