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Il credito alle imprese resta debole in Italia ed Eurozona. Per la Bce è tempo di tagliare ancora i tassi
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Il credito alle imprese resta debole in Italia ed Eurozona. Per la Bce è tempo di tagliare ancora i tassi

06 settembre 2024, 21:00

I prestiti alle aziende continuano a calare mettendo pressione alla Bce sulle prossime riduzioni dei tassi. Nicastro (Aidexa): servono nuovi interventi del governo su garanzie per microimprese e Sud Italia

Un ambito che la Bce dovrà considerare nella riunione del 12 settembre e nei mesi successivi riguarda il credito. La trasmissione della politica monetaria all’economia, uno dei criteri valutati da Francoforte, è stata più forte di quanto atteso prima della stretta sui tassi. Secondo gli ultimi dati Bce relativi a luglio, i prestiti alle aziende in Italia sono scesi del 4,2% su base annua, rispetto al -3,4% di giugno. Una flessione così ingente non si osservava da gennaio. Il credito sembrava in una fase di lieve miglioramento ma a luglio c’è stata una riduzione di prestiti alle imprese per circa 7,5 miliardi, la caduta mensile più rilevante da agosto 2023.

Lo scenario sul credito è migliore nel resto d’Europa, ma non di molto: i prestiti alle aziende sono scesi dello 0,1% in Germania e dell’1,5% in Spagna, mentre sono aumentati del 2,9% in Francia. Nel complesso dell’Eurozona il credito alle imprese è salito dello 0,6% (in calo dal +0,7% di giugno), mentre quello alle famiglie è aumentato dello 0,5% (dal +0,3% di giugno).

L’analisi della Banca d’Italia

Il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta ha detto nei giorni scorsi che secondo alcune analisi di Via Nazionale il credito alle aziende si sta riducendo soprattutto a causa della domanda. Le imprese oggi hanno molti profitti e gli investimenti stanno crescendo meno rispetto al passato. Perciò le aziende hanno meno bisogno di prestiti. Il credito di conseguenza è in calo non perché ci sia una carenza di offerta ma perché le imprese ne hanno meno bisogno. Panetta ha comunque ricordato che i profitti non dureranno per sempre e che l’economia sta rallentando, perciò le banche dovranno sostenere con il credito gli investimenti e l’attività produttiva.

La valutazione di Nicastro (Aidexa)

Un punto di vista privilegiato sul mondo del credito è quello di Roberto Nicastro, che oggi è presidente di Banca Aidexa e senior advisor Europa per Cerberus Capital, dopo essere stato direttore generale di Unicredit, vicepresidente di Ubi e presidente delle quattro good banks (Chieti, Ferrara, Etruria, Marche) emerse dalle risoluzioni del 2015. Aidexa, una società fintech che ha preso la licenza bancaria nel 2021, è in controtendenza con un aumento del 31% da fine 2023 dei finanziamenti alle micro e piccole imprese, arrivati a un valore complessivo di 880 milioni. Riguardo al settore, Nicastro dice a MF-Milano Finanza che in Italia c’è stato innanzitutto un effetto di domanda sul credito legato all’aumento dei tassi. «In passato alle imprese non costava molto finanziarsi in banca mantenendo posizioni di liquidità. Ora invece le aziende preferiscono usare tutte le risorse di liquidità disponibili, come conseguenza dei bassi rendimenti sul conto corrente e del costo del credito». In secondo luogo, aggiunge, sempre in tema di domanda, «c’è attesa per la discesa dei tassi: questo fattore spinge a rinviare finanziamenti e investimenti. Questi ultimi sono frenati anche dalla congiuntura fiacca e dal ritorno a una crescita da zero virgola».

Il presidente di Aidexa indica anche alcuni fattori di offerta. «Le banche si sono ritrovate con un po’ di liquidità in meno per la concorrenza dei titoli di Stato. Anche i rifinanziamenti della Bce attraverso Tltro sono arrivati a scadenza. E poi c’è stato un inasprimento dei criteri creditizi. Le banche ottengono in questa fase molti profitti sulla raccolta e hanno così un minore incentivo a prendere rischi sui prestiti».

Le tendenze di domanda e offerta, precisa Nicastro, sono più accentuate per le microimprese, quelle con meno di 2 milioni di fatturato, che in Italia contribuiscono al 26% del pil. «Sono le aziende che stanno soffrendo di più», dice il banchiere. «Lo si vede anche dal calo del credito garantito per le pmi di circa il 10% annuo. Nel 2020 era stato di 130 miliardi per il boom del Covid. Quest’anno invece si stima un livello attorno a 30-35 miliardi. Questo fattore può pesare anche sui dati complessivi in Italia, assieme a una contrazione dei prestiti nelle costruzioni per la fine del Superbonus».

In tal senso, aggiunge Nicastro, «il governo con la prossima legge di bilancio deciderà come modulare il sistema di garanzia per le pmi. Auspico un’attenzione particolare verso i settori in cui il credito fluisce meno: microimprese e Sud. Il governo può usare il fieno messo in cascina e non impiegato per il Covid: sono stati utilizzati a fine 2023 solo 3,5 miliardi sui 24 accantonati per la pandemia e su un totale di 210 miliardi totali di finanziamenti erogati per metà già restituiti. Si tratta di un costo percentuale di gran lunga migliore di quello per esempio del Regno Unito, grazie a schemi di garanzia in Italia ben collaudati già prima del Covid. È stata una misura di successo».

L’andamento negativo dei prestiti è un segnale negativo per la ripresa nei prossimi mesi? «Il calo dei tassi darà un aiuto. Inoltre va considerata la riduzione delle scorte di liquidità delle imprese», rileva Nicastro. «Di conseguenza ci potrà essere un recupero nel credito. Resta da vedere se si attiva un circolo virtuoso con un miglioramento della crescita che poi mette più voglia di investire».

Le prossime mosse Bce

Gli analisti di BofA osservano che la formazione di credito netta (via prestiti ed emissioni obbligazionarie) è ancora molto debole nell’Eurozona. Per gli economisti questo fattore, unito alla stagnazione dei consumi, all’aumento del risparmio e alle difficoltà della manifattura, obbligherà la Bce a tagliare più di quanto atteso dai mercati. Dopo la prima riduzione di giugno, la banca centrale con ogni probabilità abbasserà i tassi il 12 settembre. La maggior parte degli economisti si aspetta un’altra sforbiciata a dicembre, ma alcuni operatori scommettono su un ulteriore intervento nella riunione intermedia di ottobre.

Intanto Eurostat ha abbassato la crescita nell’Eurozona nel secondo trimestre a +0,2%, dal +0,3% preliminare (che corrispondeva a quello del primo trimestre). Il dato si confronta con il +0,4% previsto dalla Bce. Le prospettive non sono positive, come mostrano gli indici anticipatori e le previsioni aggiornate di alcuni istituti di ricerca sull’economia tedesca. Anche la Bce con ogni probabilità taglierà le stime sul pil dell’Eurozona nella prossima riunione. Nel frattempo i rischi sull’inflazione appaiono in calo: l’aumento delle retribuzioni per dipendente è stato inferiore alle attese di Francoforte (+4,3% nel secondo trimestre, invece di +5,1%). Come ha detto il membro del board Bce Piero Cipollone, occorre tornare al 2% di inflazione «senza frenare in modo non necessario l’economia, perché in Europa abbiamo un disperato bisogno di investimenti e di crescita». (riproduzione riservata)



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