Non bastano più manovre annuali, tagli lineari o bonus a tempo. Per reggere l’urto dell’inverno demografico, serve una nuova architettura del bilancio pubblico. Una classificazione della spesa capace di misurare, voce per voce, cosa lo Stato sta facendo e non per contrastare l’invecchiamento della popolazione, il calo delle nascite e lo spopolamento del Sud. Una proposta che arriva direttamente dalla Ragioneria generale dello Stato.
«La transizione demografica è ormai una variabile chiave per la sostenibilità del debito», ha detto la Ragioniera generale, Daria Perrotta, in audizione alla Camera, «ma serve un bilancio demografico capace di rappresentare e valutare l’impatto delle politiche rispetto a questi obiettivi. Non basta sapere quanto si spende, bisogna capire per chi e con quali effetti».
Il riferimento è alla bozza di riforma della legge 196/2009, ora all’esame dei gruppi di lavoro: il testo propone di portare nel titolo I, accanto ai principi formali di annualità e universalità, anche principi sostanziali come congruità, coerenza e valutazione dell’efficacia delle politiche. È in questo contesto che Perrotta ha proposto l’inserimento del bilancio per la transizione demografica, sulla scia di quanto già avviene per quello di genere e ambientale.
Oggi, rileva la Ragioneria, il 73% della spesa pubblica è classificata come “neutrale” rispetto agli obiettivi di parità di genere. «Ma quante di queste voci lo sono davvero? È possibile che anche politiche formalmente neutre producano effetti forti, positivi o negativi, sul piano demografico. Per questo serve un’analisi multidimensionale», ha proseguito la Ragioniera.
Nel frattempo, la curva delle age-related expenditures (pensioni, sanità, Ltc) continua a salire. Secondo le previsioni aggiornate del Dipartimento, raggiungerà il 25,1% del pil nel 2043, per poi tornare al 22,7% nel 2070. «Ma sono spese a crescita inerziale e a bassa manovrabilità», ha avvertito, e non possono essere ignorate nella programmazione fiscale».
Il nuovo impianto della governance europea – e in particolare l’analisi di sostenibilità del debito (Dsa) – impone di tenere conto di queste voci sia nei saldi primari sia nel tasso di crescita potenziale. «Se non si inserisce la demografia nei saldi, si rischia di costruire previsioni irrealistiche», ha spiegato in audizione.
Il punto più politico dell’intervento è l’invito a superare la logica della spending review per abbracciare quella della valutazione delle politiche pubbliche. La Ragioneria non si limita a certificare compatibilità finanziarie, ma propone un salto di metodo: misurare l’impatto ex post delle misure, leggere la composizione sociale dei beneficiari, costruire indicatori di risultato. È un cambio di paradigma che obbligherebbe Parlamento e governo a legare il bilancio alle dinamiche strutturali del Paese: lavoro, natalità, mobilità sociale. «Le lancette del tempo scorrono», ha detto Perrotta chiudendo l’audizione, «e non sempre tornano indietro». (riproduzione riservata)