Il carry trade in yen, stimato in almeno 250 miliardi di dollari, è ancora pericoloso per i mercati. Lo ha rilevato una ricerca della Bri (Banca dei Regolamenti Internazionali) che ha aggregato i dati forniti dalle banche centrali globali. I fattori alla base del picco di volatilità di inizio agosto «non sono cambiati in modo significativo. L’assunzione di rischio nei mercati finanziari rimane elevata», ha osservato l’analisi. «Solo una parte delle operazioni basate sul finanziamento a basso costo in yen sembra essere stata chiusa».
Inoltre per lo studio degli economisti Matteo Aquilina, Marco Lombardi, Andreas Schrimpf e Vladyslav Sushko «ci sono già state indicazioni che alcune posizioni a leva sono state rapidamente ricostruite».
Attraverso il carry trade, gli investitori prendono in prestito yen giapponesi a un tasso di interesse basso per poi convertirli in un’altra valuta (per esempio dollari) ed investire in asset che offrono rendimenti più elevati.
La Bri ha osservato che è molto difficile stimare gli importi impiegati nel carry trade poiché è una strategia che si può realizzare con strumenti di bilancio e fuori bilancio (in particolare attraverso derivati). L’analisi indica un stima di 250 miliardi di dollari, ma è impossibile avere tutti i dati, perciò il valore reale potrebbe essere superiore.
Il carry trade in yen di solito ha successo nei periodi di stabilità economica, quando i tassi sono prevedibili e i mercati valutari sono stabili. Tuttavia, può essere rischioso in caso di improvvise fluttuazioni valutarie o cambiamenti nei tassi attesi.
È proprio quanto avvenuto ad agosto, dopo mesi di crescita dell’appetito per il rischio degli investitori. La Bank of Japan ha aumentato i tassi (da 0 a 0,25%), mentre alcuni dati sul mercato del lavoro negli Usa hanno spinto gli operatori ad aumentare la probabilità di una recessione e quindi di un maggior numero di tagli dei tassi della Fed.
Il minore divario sui tassi attesi tra Giappone e Usa ha reso meno conveniente il carry trade. Così una grande quantità di operazioni è stata chiusa in poco tempo. In seguito la pressione è ulteriormente salita per l’aumento dei margini richiesti sui derivati e per la vendita forzata di attività.
La buona notizia è che la volatilità è stata riassorbita nel giro di pochi giorni. «I mercati hanno dimostrato una notevole resistenza. La velocità di recupero è stata notevole», ha rilevato l’analisi Bri. Nonostante la chiusura dei carry trade valutari, le variazioni dei tassi di cambio non sono state eccessive se paragonate ai crash del passato.
Inoltre gli economisti hanno osservato che le negoziazioni hanno continuato a svolgersi in modo ordinato. Le condizioni di liquidità, pur essendosi deteriorate, hanno consentito di operare senza interruzioni. Le casse di compensazione hanno gestito ampie variazioni dei margini e le autorità pubbliche non sono dovute intervenire per riportare la calma.
Così le perdite sono rientrate velocemente. Nello stesso tempo, tuttavia, non c’è stata una significativa correzione delle operazioni e il sistema finanziario è rimasto vulnerabile a nuovi scossoni. Per la Bri «alcuni fattori alla base delle recenti turbolenze riflettono caratteristiche strutturali del sistema finanziario, in particolare il maggior peso della finanza basata sul mercato. Particolarmente preoccupante è l’accumulo di grandi posizioni in periodi di calma che richiedono un rapido disimpegno quando la volatilità aumenta».
Il ricorso alla leva implica che gli investitori dovrebbero reagire con maggiore forza agli shock avversi per evitare perdite significative. Inoltre, osserva la Bri, in un contesto di mercato difficile si potrebbe innescare un circolo vizioso, anche a causa di variazioni improvvise dei margini su derivati. (riproduzione riservata)