L’ultimo collocamento tramite sindacato di Btp a 7 e 30 anni è stato un successo per il Tesoro che ha piazzato in tutto 15 miliardi, con una domanda arrivata a 155 miliardi, anche sulla spinta dei giudizi positivi di agenzie di rating e analisti. È in calo, grazie soprattutto alle prospettive di riduzione dei tassi della Bce, il costo del finanziamento dello Stato: il tasso del Btp decennale è sceso dal 5% di ottobre al 3,71% di venerdì 12 gennaio. Nello stesso periodo lo spread Btp-Bund è diminuito da 205 a 158. Ma il buon riscontro dei titoli sul mercato in questa fase non cancella i punti di debolezza dell’Italia.
Il Paese ha ancora un debito tra i maggiori al mondo, senza una chiara tendenza alla riduzione. L’economia è in stagnazione con un calo dello 0,4% nel secondo trimestre 2023 e un +0,1% nel terzo. Le prospettive non sono favorevoli, come indicano i dati sulla produzione industriale e sul credito. Perciò il calo dei rendimenti dei Btp e la forte domanda sono buone notizie ma l’umore dei mercati può cambiare velocemente, anche a fronte di novità nel contesto internazionale. Per l’Italia resta perciò fondamentale ridurre l’indebitamento e aumentare il tasso di crescita. Il Paese dovrà emettere anche quest’anno circa 350 miliardi di titoli a medio-lungo termine, con un’offerta netta al mercato che salirà a 140 miliardi (da 120 dell’anno scorso) a causa del Quantitative Tightening della Bce, secondo i calcoli di Unicredit.
Un segnale positivo nell’ultimo collocamento è arrivato in particolare dagli investitori esteri a cui è andato l’81% dell’emissione a 7 anni e il 77% di quella a 30 anni. Se si prende come esempio il titolo a 7 anni, è andato per circa il 36% a investitori dell’Europa continentale, per il 15% ciascuno a nordamericani ed asiatici e per il 13% a britannici. Il Tesoro ha puntato negli scorsi mesi sul ritorno dei risparmiatori italiani con Btp Italia e Btp Valore che hanno raccolto 45 miliardi nel 2023. Ma anche gli operatori non residenti hanno incrementato l’esposizione di circa 30 miliardi tra gennaio e ottobre 2023, dopo averla ridotta di oltre 60 miliardi nel 2022.
Gli investitori esteri, secondo Luca Cazzulani e Francesco Maria Di Bella di Unicredit, «hanno ancora circa 120 miliardi in meno di Btp rispetto al periodo pre-Covid. Il rischio di rating è diminuito in modo significativo dopo il miglioramento dell’outlook di Moody’s a novembre e questo crea premesse per una buona domanda, come osservato nel 2023». Per mantenere lo slancio, osservano, «è importante che il contesto politico nazionale rimanga costruttivo, soprattutto per quanto riguarda le relazioni del Paese con le istituzioni Ue».
I tassi italiani sono ancora alti rispetto a quelli di altri Paesi europei, come conseguenza di una percezione maggiore del rischio. I rendimenti spagnoli sono più bassi di 65 punti base, quelli portoghesi di 85 punti, quelli irlandesi di 125 punti. Il recente calo dei tassi potrebbe farsi sentire di più sulla domanda dei risparmiatori retail italiani che comunque «hanno ancora spazio per acquistare» secondo Unicredit. Quanto agli istituti di credito, «è probabile che le banche nazionali rimangano ferme o riducano le esposizioni in Btp in linea con il 2023. Tuttavia potrebbero aumentare la domanda se gli episodi di volatilità daranno buone opportunità di margine di interesse».
Oltre al giudizio positivo delle agenzie di rating, anche le banche d’affari non hanno timori particolari sul debito italiano. Goldman Sachs ha evidenziato alcuni fattori che dovrebbero lasciare lo spread «più o meno invariato» quest’anno. In primo luogo, il calo dei tassi «ha importanti implicazioni per le prospettive di sostenibilità del debito e limita la pressione al rialzo del rapporto debito/pil nei prossimi anni». Inoltre secondo la banca Usa l’accordo sul Patto di Stabilità Ue «evita pressioni per un brusco consolidamento e lascia all’Italia il tempo di adeguare gradualmente la politica fiscale». L’Italia poi riceverà 15 miliardi di euro di sovvenzioni dal Recovery Fund nel 2024, che «attenueranno il freno alla crescita legato al consolidamento di bilancio». Infine per Goldman Sachs le recenti decisioni Bce sui reinvestimenti di titoli del piano Pepp sono state «leggermente anticipate rispetto alle previsioni» ma «prevedono un processo di riduzione più lento» e in ogni caso «la Bce applicherà la flessibilità nei riacquisti di bond per tutto l’anno».
Detto ciò, Goldman Sachs osserva che il panorama fiscale dell’Italia rimane «impegnativo a causa dell’elevato debito, del rallentamento della crescita nominale, degli elevati tassi a lungo termine e degli alti deficit». Perciò gli economisti prevedono che «nei prossimi anni il rapporto debito/pil si muoverà di poco attorno al 140%. Il sentiero fiscale sarà stretto». All’orizzonte si addensano nubi sulla crescita. Il credito ai privati è sceso del 3,2% a novembre su base annua (-4,8% alle imprese). E la produzione industriale nello stesso mese è calata dell’1,5%, dal -0,2% di ottobre, con una flessione molto oltre le attese. «L’industria italiana, dopo essersi dimostrata resistente nella fase di rimbalzo post-Covid, risente della debolezza dell’economia tedesca e di condizioni più deboli di quelle sperate in Cina», ha osservato Paolo Pizzoli di Ing, che prevede una lieve contrazione del pil italiano nel quarto trimestre 2023. (riproduzione riservata)