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I titoli alla riscossa con il gas in calo

06 febbraio 2023, 10:00 Ultimo aggiornamento: 13 febbraio 2023, 15:11

In attesa dei conti di Eni che l’ad Claudio Descalzi comunicherà il 23 febbraio, le big oil si sono già prese la scena grazie agli utili record del 2022, spinti dall’impennata dei prezzi di gas e petrolio nei 10 mesi in cui la guerra Russia-Ucraina ha infiammato le materie prime. I 40 miliardi di euro di Shell, i 60 miliardi di dollari di Exxon, solo per citare alcuni dei risultati più eclatanti, consegnano il 2022 all’albo d’oro dei profitti. Ma adesso che, a conflitto ancora in corso, il mercato delle commodity è tornato indietro di due anni, e il gas è sceso sotto i 60 euro a Megavattora, quali sono i settori che ne beneficeranno maggiormente, e di conseguenza i titoli su cui puntare? Chi potrà approfittare di questo ribaltamento, che per velocità ha sorpreso persino le banche d’affari? A fine dicembre, solo per fare un esempio ravvicinato, già si festeggiava un prezzo del gas di 139 euro a MWh, ben al di sotto del price cap europeo di 180.

 


Per semplificare, si può ricorrere a una considerazione che circola nel mercato, «i perdenti del 2022 potrebbero essere i vincenti del 2023». Industriali ed energivori (chimica, cemento, ceramica, acciaio), per esempio, potranno avvantaggiarsi dei minori costi dell’energia, tornando a pagare bollette meno care (quella delle famiglie in tutela è appena scesa del 34%). Non è un caso se un gruppo come Italcer, attivo nella produzione di ceramica, ha messo in programma la quotazione a Piazza Affari per quest’anno. Molte banche d’affari mettono l’accento anche sui titoli legati alle comunicazioni: usciti strapazzati dal 2022, con perdite medie globali del 40%, dall’inizio del 2023 sono saliti di quasi il 10%, stando ai dati di S&P Global Market Intelligence. Anche i titoli dei beni di consumo voluttuari e automotive stanno godendo di un rimbalzo notevole, dopo aver perso circa il 38% nel 2022.

 


Ma attenzione ovviamente a dare già per finita la festa delle big oil. Certo, utili stellari come quelli del 2022 sono difficilmente replicabili, ma i report convergono su una considerazione: quelle che come Eni o Shell stanno puntando su diverificazione geografica, decarbonizzazione e rinnovabili e spingono sui criteri Esg, sono destinate comunque a prosperare. Più in generale, «il 2023 dovrebbe rimanere un anno solido per i petroliferi integrati, anche se c'è meno margine di manovra di quanto previsto solo un paio di mesi fa, data la correzione dei prezzi del petrolio e il dimezzamento dei prezzi del gas europei», è la conclusione degli analisti di Hsbc Global Research. L’attenzione semmai è sui capex, perché a profitti così elevati potrebbe corrispondere un aumento degli investimenti in exploration & production tale da mettere a rischio la disciplina finanziaria, avverte Bofa. Ma intanto, i rumors che TotalEnergies possa far ripartire il progetto da 20 miliardi di dollari in Mozambico hanno messo in luce Saipem, che colleziona buy.

 


C’è poi un altro fattore che influenzerà il mercato: è l’entrata in vigore, da domenica 5 febbraio, dell’embargo sui prodotti petroliferi russi, uno spunto importante che, per esempio, spinge a guardare ai titoli europei attivi nella raffinazione. Bofa Global research sta coprendo il settore Refining e ha messo insieme una serie di valutazioni in base ai margini attesi per il primo trimestre 2023, confermando le valutazioni buy su Repsol e Saras, e includendo nella terna dei top picks la società turca Tupras. Restano buy anche Sasol e Galp. Declassamento a underperform, invece, per Omv, e raccomandazione neutral per l’ungherese Mol. «Una media raffineria europea secondo le nostre previsioni sulle materie prime», stimano gli analisti, «potrebbe generare 700 milioni di euro di ebitda, nel 2023 con costi variabili in calo di circa il 15% su base annua».



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