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Per sdrammatizzare il tema, che è complesso e rispetto al quale l’umanità è ancora per lo più impreparata, si potrebbe sintetizzare così: l’aspirapolvere è diventato grande. È forse partendo dal basso, dall’anello zero di questa incredibile evoluzione, che si può comprendere la traiettoria dello scenario che ci attende, e che anzi già esiste: stiamo parlando dello sviluppo rapidissimo della physical AI, gli algoritmi di intelligenza artificiale che non sono più solo confinati all’interno del pc ma prendono la forma fisica di strumenti e device che entrano e interagiscono nel mondo reale, nelle fabbriche, per le strade, fino nelle nostre case. Tecnicamente, si tratta di sistemi integrati di sensori, attuatori, modelli di apprendimento e hardware specializzato. Quel che vediamo sono macchine che si muovono, afferrano oggetti, riconoscono ambienti, reagiscono agli stimoli, prendono decisioni in tempo reale e agiscono di conseguenza, elaborando da sè una strategia di comportamento.
Hanno iniziato gli aspirapolvere, in qualche modo, girando da soli per casa, mappando stanze e spigoli, scegliendo da sé il tipo di spazzola più adatta a quella macchia e tornando poi soddisfatti alla stazione di ricarica una volta completato il loro compito. A quel punto, vista la comodità, perché fermarsi lì? Ed ecco che il simpatico trottolino puliscipavimenti in poco meno di tre anni è diventato un robot umanoide come quelli che i film di fantascienza ci mostravano quarant’anni fa, gambe, braccia, mani articolate e tutto il resto, che carica e scarica la lavastoviglie, mette i cibi a scaldare nel microonde e ce li serve a tavola, assiste la mamma anziana nei suoi esercizi di ginnastica. È tutto vero. Il più celebre tra i nuovi ospiti domestici si chiama CLOiD, è prodotto da LG, è un robot dotato di base su ruote e due braccia con cinque dita, pensato per interagire con frigoriferi, forni, lavatrici e altri elettrodomestici connessi, ed è stato uno dei protagonisti più attesi e ammirati dell’ultimo Consumer Electronic Show (CES) di Las Vegas. Sorpresa? Entusiasmo? Paura? Che succede se, oltre a infornare manicaretti, ci ritroviamo mr robot al semaforo a dirigere il traffico, dare multe, sventare rapine in banca? Il passo sarà sicuramente breve, data la velocità con cui l’innovazione robotica si muove.

I robot umanoidi non sono più fenomeni portati sul palco delle fiere tecnologiche a eseguire un numero di tip tap, per poi tornare nello scatolone, ma sono ormai prodotti e commercializzati come piattaforme operative destinate a fabbriche, magazzini, ospedali e, in prospettiva, abitazioni private. La forma antropomorfa consente di operare in ambienti progettati per l’uomo, utilizzando strumenti e spazi esistenti senza riprogettare intere linee produttive. La convergenza tra robotica e modelli di AI generativa sta cambiando la natura stessa delle macchine automatiche. Non si tratta più di bracci meccanici programmati per ripetere un gesto identico migliaia di volte, ma di sistemi che apprendono, si adattano e collaborano con l’uomo.

Dal palco del CES il numero uno di Nvidia, Jensen Huang, ha presentato Alpamayo, una nuova famiglia di modelli, simulatori e dataset open source pensata per addestrare auto autonome e robot a ragionare nel mondo reale: Alpamayo 1 è un modello VLA (visione, linguaggio e azione) che non solo riconosce ciò che accade davanti al parabrezza, ma mette in fila i pensieri, valuta le opzioni, sceglie la più sicura. «È un ecosistema completo e aperto per l’autonomia basata sul ragionamento», ha spiegato Huang. L’idea è addestrare modelli di AI non solo su testi, immagini o video, ma sulle leggi fisiche, spaziali e causali della realtà, insegnare come funziona un ambiente tridimensionale: la gravità, le collisioni, il movimento degli oggetti, la relazione tra un’azione e le sue conseguenze. Non risponde a una domanda. Prevede cosa succede se agisci. Per Nvidia questi modelli sono la base cognitiva dei robot, delle auto autonome e degli agenti fisici. Un robot non può limitarsi a «riconoscere» una sedia: deve sapere che può aggirarla, spostarla, urtarla, salirci sopra. Deve avere un modello interno del mondo, continuamente aggiornato, su cui simulare decisioni prima di eseguirle nel mondo reale.
L’industria automobilistica e quella elettronica sono state per decenni il regno dei robot industriali tradizionali. Oggi quel paradigma si amplia. L’integrazione di telecamere ad alta risoluzione, sensori di profondità, sistemi tattili e modelli multimodali consente ai robot di riconoscere oggetti in posizioni variabili, di stimarne la forma e di modulare la forza di presa. La differenza è sostanziale: la macchina non esegue soltanto un’istruzione predefinita, ma interpreta il contesto. È il passaggio da un’automazione rigida a un’automazione flessibile, e a fare l’elenco dei modelli e delle soluzioni si rischia di essere sempre in ritardo, tanto è impetuoso lo sviluppo.
La startup americana Figure AI (valutata 39 miliardi di dollari dopo un round da un miliardo, con investitori come Nvidia, Jeff Bezos, OpenAI e Microsoft), ha attirato l’attenzione del mercato con il modello Figure 03, che ha conquistato anche la copertina di Time, progettato per essere prodotto su larga scala e impiegato tanto in fabbrica quanto, in prospettiva, in ambito domestico. I modelli precedenti hanno già iniziato a operare in stabilimenti industriali, svolgendo turni prolungati in attività di movimentazione e assemblaggio. L’obiettivo dichiarato è arrivare a robot generalisti, capaci di passare da un compito all’altro con un semplice aggiornamento software, sfruttando reti neurali addestrate su grandi quantità di dati visivi e motori.

Tesla, con il progetto Optimus, segue una traiettoria simile, immaginando un umanoide che possa affiancare gli operai nelle linee produttive e, in un secondo momento, occuparsi di mansioni domestiche. Boston Dynamics, dopo anni di sviluppo sperimentale, ha portato il suo modello Atlas verso una versione commerciale, mentre aziende europee come la norvegese 1X o la tedesca Neura Robotics lavorano su piattaforme integrate con modelli linguistici avanzati. La competizione è globale e si gioca su due piani: capacità tecnologica e sostenibilità economica della produzione in serie. Sul primo aspetto, gli obiettivi sono più che raggiunti; sul fatto che a breve ci potrà essere un robot-governante in ogni casa, è ancora un nodo da sciogliere.
Se gli Stati Uniti guidano la narrazione e attraggono capitali, è senza dubbio la Cina ad avanzare con maggiore rapidità sul piano industriale e su quello della delivery reale di modelli dedicati a funzioni concrete, industriali e non solo. Nel 2025 nel mondo sono stati attivati circa 16mila robot umanoidi e oltre l’80% è stato installato in Cina. Il governo considera la robotica avanzata una priorità strategica, sostenendo la filiera con incentivi e investimenti. Aziende come Unitree e Fourier Robotics propongono modelli competitivi per costo e velocità di sviluppo, mentre grandi gruppi industriali integrano robot nei settori manifatturieri e nei servizi pubblici. Le stime di mercato indicano una crescita potenziale da pochi miliardi di dollari attuali a cifre nell’ordine delle centinaia di miliardi entro il prossimo decennio. La scala produttiva cinese, e il sistema collaborativo tra legislazione, ricerca accademica e trasferimento tecnologico a livello industriale, rappresenta infatti un vantaggio difficilmente eguagliabile nel breve periodo.
L’Europa si muove su un terreno diverso, puntando su nicchie ad alto valore tecnologico. E l’Italia su questo scenario sta dimostrando di avere carte interessanti da giocare: è il sesto Paese al mondo per vendite e installazioni di robot industriali, seconda solo alla Germania.
E anche nel campo più specifico delle macchine antropomorfe, sta dimostrando capacità competitiva. Oversonic Robotics, con il robot RoBee, ha sviluppato una piattaforma certificata per impieghi industriali e sanitari. In ambito ospedaliero, RoBee supporta il personale infermieristico, monitora parametri dei pazienti e partecipa a programmi di neuro riabilitazione cognitiva.

La dimensione medicale è uno dei campi in cui la physical AI può offrire un contributo concreto, affiancando, non sostituendo, il lavoro umano in contesti ad alta intensità relazionale. Tra i protagonisti del CES 2026 si è fatto notare GENE.01, robot umanoide di Generative Bionics, spin-off dell’Istituto Italiano di Tecnologia. Grazie alle partnership con AMD per la potenza di calcolo e con Tether per il finanziamento, l’azienda italiana si sta affermando come uno dei player più promettenti nel panorama internazionale della Physical AI. E ancora. A Pisa, il Centro di Ricerca «Enrico Piaggio» ha sviluppato Abel, un robot capace di riconoscere ed esprimere emozioni, con potenziali utilizzi nella terapia dei disturbi del neurosviluppo. Il tessuto italiano combina università, centri di ricerca e imprese meccatroniche, ma deve confrontarsi con il tema della scala industriale e dell’accesso ai capitali.

Tante, naturalmente, le questioni aperte rispetto a questa rivoluzione: la sicurezza dell’impiego di robot autonomi in ambienti non strutturati, l’affidabilità a lungo termine, la gestione dei dati raccolti dai sensori, la responsabilità in caso di errore, ora che crescono le interazioni uomo-macchina. C’è poi sempre presente il grande tema dell’impatto sull’occupazione, ora che i robot, oltre a governare i software, maneggiano anche pennelli e cacciavite, o addirittura fanno le pulizie domestiche e cucinano, mandando in pensione anticipata maggiordomo e governante.
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