L’Italia, come ha scritto sul numero di Milano Finanza dell’8 marzo 2025 Alberto Brambilla (Itinerari Previdenziali), è un Paese strano. Un esempio? Nel dibattito sull'opportunità proposta dal Comi (Comitato degli Operatori di Mercato, organismo consultivo di Consob) affinché i fondi pensione e le casse previdenziali investano una quota minima del loro patrimonio in strumenti finanziari italiani, alcuni rappresentanti del settore hanno scelto di trincerarsi dietro una difesa corporativa miope anziché riconoscere la necessità di una strategia condivisa. E si sono rifugiati in argomentazioni pretestuose, ignorando le best practice internazionali e il semplice buon senso.
Brambilla nel suo intervento ricorda che «il compito primario di casse previdenziali e fondi pensione è pagare le pensioni, non finanziare l'economia italiana»: un’ovvietà che nessuno contesta ma che diventa un alibi quando viene usata per giustificare il disimpegno totale da una logica di sistema-Paese. Negli Stati Uniti, che vantano il più avanzato sistema pensionistico privato dell’Ocse, i fondi pensione investono massicciamente in infrastrutture e aziende americane. La stessa logica di sistema-Paese si applica in Francia, Svezia e Olanda, dove i fondi previdenziali finanziano il tessuto produttivo nazionale investendo in azioni quotate, fondi di private equity e venture capital.
La diversificazione del rischio è naturalmente un pilastro della gestione previdenziale ma non può essere distorta per giustificare un’allocazione che di fatto ignora l’Italia. Il dato per cui i fondi pensione italiani investono solo l’1,5% del loro portafoglio azionario nel mercato nazionale è scandaloso. Sarà anche vero che Piazza Affari vale solo il 2% della capitalizzazione mondiale, ma non esiste alcuna regola che imponga un investimento strettamente proporzionale: anche le aziende italiane quotate danno rendimenti che ben si confrontano con quelli di imprese simili quotate nei Paesi dove i fondi italiani investono. Altrimenti perché il fondo sovrano norvegese investirebbe centinaia di milioni in Piazza Affari sia sullo Star che sull’Egm? La verità è che l’attuale strategia di alcuni fondi pensione finisce paradossalmente per sostenere economicamente aziende quotate estere che competono con quelle italiane che danno il lavoro ai contributori dei fondi pensione. Un atteggiamento autolesionista che andrebbe stigmatizzato anziché difeso.
La fiscalità da riformare, invocata da Brambilla, è una scusa debole e strumentale. La fiscalità penalizzante ha certamente un fondamento, ma viene usata come un espediente per evitare un vero confronto. È vero che la tassazione sui rendimenti è passata dall’11 al 20%, ma se da un lato sono misure vecchie di oltre dieci anni, dall’altro molti Paesi adottano sistemi simili, compensandoli con deduzioni fiscali sulla contribuzione. Se la fiscalità fosse davvero il problema centrale, la richiesta principale dovrebbe essere una riforma fiscale mirata, non il rifiuto di qualsiasi vincolo sugli investimenti nazionali. Invece si preferisce dipingere la proposta del Comi come una misura punitiva, quando in realtà si tratta solo di fissare una soglia minima di attenzione (5-10% del patrimonio totale).
Che l’Inps con il trasferimento del Tfr abbia sottratto 97 miliardi di euro all’economia reale è un’affermazione superficiale. Queste risorse hanno contribuito a contenere il deficit previdenziale, garantendo la sostenibilità dell’intero sistema, senza il quale non ci sarebbero stati i fondi pensione privati. Se davvero la preoccupazione è il finanziamento delle imprese italiane, la soluzione non è lasciare il Tfr nelle casse aziendali, bensì creare strumenti efficaci per canalizzarlo in investimenti produttivi. Ma di questo i detrattori della riforma non parlano.
L’accusa secondo cui il risparmio gestito (banche, sim, sgr) sarebbe esente da vincoli mentre i fondi pensione sarebbero bersaglio di pressioni politiche è una distorsione dei fatti. I fondi pensione hanno un mandato chiaro: garantire rendimenti di lungo termine, e per questo motivo devono avere una strategia di investimento coerente. La realtà è che a livello internazionale i fondi pensione si fanno assistere da gestori locali per rafforzare il loro sistema economico. In Italia invece si preferisce delegare la maggior parte delle gestioni a operatori esteri ignorando qualsiasi strategia nazionale.
Concludendo, siamo di fronte a un’opposizione sostanzialmente ideologica. Non si tratta di imporre vincoli soffocanti ma di chiedere che una frazione minima del patrimonio venga destinata al tessuto produttivo nazionale. Se altri Paesi lo fanno con successo, perché l’Italia dovrebbe essere l’eccezione? Piuttosto che una sterile resistenza sarebbe più utile lavorare in team e a più livelli: incentivi fiscali, migliore coordinamento con Cdp, creazione di strumenti di garanzia per mitigare i rischi eccetera. Rifiutare qualsiasi coinvolgimento è una strategia illogica e incomprensibile, che danneggia sia i futuri pensionati sia il sistema produttivo del Paese. (riproduzione riservata)
* Ambromobiliare