??????La guerra in Iran avrà effetti sulla crescita economica italiana. Se dovesse concludersi entro fine marzo il pil segnerà un +0,5%, «0,2 punti percentuali in meno di quanto previsto a ottobre». Se invece la guerra dovesse protrarsi fino a giugno «è attesa una stagnazione», ovvero crescita zero. E ancora, nella peggiore delle ipotesi, se la guerra si protraesse per tutto l’anno l’economia tricolore scivolerebbe in recessione, con un -0,7% del pil. Questi sono gli scenari disegnati dal centro studi di Confindustria nel suo rapporto di primavera, intitolato «Guerre, dazi, incertezza: a rischio la crescita».
Seguendo lo stesso schema poi il rapporto indica che se la guerra in Iran finisse entro marzo «il rincaro dei prezzi di petrolio e gas presi insieme, espressi in euro, nel 2026 è ipotizzato pari al +12% rispetto al 2025». Un incremento che diventerebbe del +60% a giugno e del+133% a fine anno.
L’infiammata energetica avrebbe poi, spiegano gli economisti di Viale dell'Astronomia, un impatto sul consumatore finale di energia. Si tratta di «un potenziale aumento di oltre +13 punti dell’inflazione energetica nello scenario peggiore rispetto al 2025» e di «+6 punti nello scenario intermedio».
Un impatto a cui vanno sommati anche gli effetti cosiddetti di second round, ovvero gli aumenti dei prezzi di beni e servizi non energetici che incorporano l'aumento dei costi energetici che «in Italia si sviluppano in circa 6 mesi dallo shock iniziale». Con uno stop alla guerra in Medio Oriente entro marzo l'inflazione «è prevista aumentare molto dai minimi di inizio anno, con un picco vicino al 3%». In media si attesterà al +2,5% (da +1,5% nel 2025), con una revisione al rialzo di +0,7 punti rispetto alla stima inclusa nello scenario di ottobre.
Ad oggi i prezzi di gas e petrolio si aggirano ancora su valori in media pari rispettivamente a 50-60 euro/Mwh e 90-100 dollari/b, ma questo perché i mercati stanno ancora valutando una durata breve del conflitto.
Ma, spiega Confindustria, nell'ipotesi in cui il conflitto in Iran si dovesse protrarre fino all'estate, con prezzi superiori a 60 euro/Mwh per il gas e di 110 dollari/b, le imprese manifatturiere italiane si troverebbero a pagare ulteriori 7 miliardi l'anno in più in bolletta rispetto al 2025, «con un’incidenza dei costi energetici sui costi totali superiore di un punto percentuale rispetto al 2025 passando dal 4,9% al 5,9% del 2026». Invece, con il protrarsi della guerra fino a fine anno e con un prezzo del gas di 100 euro/Mwh e del petrolio di 140 dollari/b, le imprese manifatturiere italiane pagherebbero 21 miliardi in più e «l'incidenza salirebbe di 2,7% passando dal 4,9% del 2025 al 7,6% del 2026».
Tutti questi scenari non contemplano un'azione del governo sia a livello europeo che italiano che però per gli industriali è «auspicabile». Anzi, «servono urgentemente misure incisive e forti per le imprese e l’industria, soprattutto a livello europeo», ha sottolineato il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini.
La guerra in Iran non è l’unico «rischio a ribasso» che dovrà affrontare l’economia italiana nel corso del 2026. Si va dal rischio del perdurare dell’alta incertezza globale al nodo dell’implementazione del Pnrr, passando per la possibilità di un’ulteriore svalutazione del dollaro e un rialzo di 0,25 punti entro dicembre 2026 del tassi di interessi da parte della Bce. «Questo significherebbe la mancanza di uno stimolo monetario alla domanda interna dell’economia europea», segnala Confindustria.
Non si possono certo scordare i dazi statunitensi. Il loro effetto negativo è già ben visibile a fine 2025 in molti comparti: alimentari e bevande, carta e stampa, metalli e prodotti metallici (colpiti da dazi al 50% su acciaio, alluminio e rame), apparecchi elettrici e mobili registrano tutti cali a doppia cifra nelle vendite verso gli Usa.
Ma con lo sguardo al futuro, nell’ipotesi in cui la struttura dei dazi Usa rimanga quella delineata dagli accordi bilaterali con l’Unione europea, le perdite per l'export italiano potrebbero superare i 16 miliardi di euro nel medio periodo, rispetto a uno scenario senza tariffe.
La chiave resta diversificare i mercati di destinazioni delle merci italiane. Intanto però, stando al rapporto, la crescita delle esportazioni italiane frenerà al +0,6% nel 2026. Nel 2027 è attesa risalire al +1,8%, su ritmi bassi rispetto a quelli pre-pandemia a causa «degli effetti a catena del conflitto in Iran: rallentamento della domanda mondiale, calo della fiducia, balzo delle quotazioni energetiche e dei costi di trasporto, aumenti dei prezzi di materie prime e altre forniture dall'estero».
Poi, suggerisce Confindustria, c’è un’incognita da non sottovalutare: la stabilità politica italiana. «Negli ultimi anni l'Italia, contrariamente al passato, è stata caratterizzata da una relativa stabilità politica, che è legata alla durata del Governo in carica, ma anche al commitment dei governi che si sono succeduti dal pre-pandemia nel mantenere una politica di bilancio pubblico virtuosa, nel rispettare i parametri del Patto di Stabilità e Crescita, nel procedere con determinazione all'implementazione del Pnrr».
Questi elementi, evidenziano gli economisti di Viale dell'Astronomia, «hanno consentito al Paese di essere percepito positivamente da mercati finanziari e agenzie di rating, che stanno migliorando le loro valutazioni sull'Italia, accrescendo il clima di fiducia intorno al Paese.
Questo sta determinando un calo del rendimento dei titoli pubblici italiani e quindi: una riduzione della spesa per interessi della pubblica amministrazione; un più basso costo del credito per le imprese, che vale tra 500 milioni e 1,4 miliardi di euro; un migliore andamento della borsa: +28,4% nel dicembre 2025 da dicembre 2024, più che in Germania e Usa».
A proposito di sicurezza, ma non in relazione a un conflitto nello specifico, le previsioni di Confindustria segnalano che «portare la spesa italiana per la difesa dal livello attuale al 3,5% del pil entro il 2035, come previsto dal nuovo impegno Nato, può generare un impatto cumulato sul prodotto italiano compreso tra +0,9% e +3,0% in dieci anni, a seconda di come vengono impiegate le risorse».
Questo perché «se si concentrano gli investimenti sulla produzione e si contengono le importazioni, l’aumento dei piani di spesa per la difesa può trasformarsi in un significativo motore di crescita per l'industria italiana e agire da acceleratore di innovazione per l'intera economia». Ma ovviamente «gli effetti finali dipenderanno in larga misura da come verranno allocate le risorse», si legge nel rapporto. (riproduzione riservata)